Scritto da Redazione

CCCGuida di Venezia e delle sue isole

1989, Edizioni Helvetia, Atene (Grecia)

pp. 228, 29,50 euro

Calli, Campielli e Canali

Psicogeografia di Venezia

Le Edizioni Helvetia, suk editoriale di Spinea disponibile a tutte le perversioni offerte dalla riproduzione su carta (consultate il sito www.edizionihelvetia.it per credere), mandano in stampa, per la terza volta rispetto alla prima edizione del 1989, una guida “insuperabile” – come enunciano in copertina – di Venezia e delle sue isole Calli, Campielli e Canali.

Formato rettangolare da stradario commerciale, testi in italiano e inglese con un lettering da “pagine gialle” (o blu), colorato su tre tonalità che virano da un verdino acido, all’azzurro sino ad un diarroico marroncino con effetto molto “pop”, il libro – in 86 tavole - realizza inconsapevolmente il progetto “psicogeografico” di Guy Debord che, a suo tempo, naufragò tra derive alcoliche, assalti al cielo sino all’ultima goccia d’inchiostro e molecolari scissioni.

Le tavole della guida, in scala 1:2000, sono una riduzione fotografica, verificata ed aggiornata, delle piante catastali, rappresentazione geometricamente esatta della città vista la lunga tradizione cartografica veneziana che data dal XV secolo per poi essere ripresa dall’Amministrazione francese con l’istituzione del Catasto napoleonico, grandiosa impresa censuaria confermata, negli anni ’80 del secolo scorso, dal Fotopiano comunale. Rispetto all’evidente scopo politico delle carte del Catasto ufficiale – conoscere per governare – quelle della guida rispondono al bisogno nevrotico di possedere l’oggetto del proprio interesse, tanto più accentuato quanto più l’oggetto sfugge alla cattura. L’intricato labirinto veneziano è, per i luoghi, il paradigma d’eccellenza di questa caccia; tra le innumerevoli testimonianze che ne confermano la preminenza può bastare quanto scrive – riportato nella prefazione di Calli, Campielli e Canali – il viaggiatore spagnolo don Leandro Fernandez de Moratin nel 1794: “Alcune strade senza sbocco, altre che terminano nei canali; ponti che conducono a strade private e che non si differenziano per nulla dai ponti pubblici... case e calli senza numero e senza nome... Ne deriva una confusione che rende difficile al forestiere il non perdersi ... e nel far larghi giri per giungere a un sito poco lontano dal punto da cui si è partiti”.

Le dettagliate mappe, oltre all’oggettiva precisione geometrica del tessuto urbano, permettono, con una minimale ma efficace differenziazione cromatica, l’identificazione degli edifici storici rispetto a quelli privati o commerciali, del verde pubblico oltre a quello, ben più ampio, in uso ad istituzioni, enti e proprietari. Corredate d’una segnaletica minuta consentono, poi, di ricavare quelle informazioni pratiche – chiese, farmacie, stazioni, pontili, ecc. – che costituiscono i nodi della trama cittadina. Indicatori numerici sui siti più rappresentativi rimandano, infine, ad una appendice commentata come, per esempio, il n° 30 della tav. 44 sestiere di Castello: Civico 3869, Pugnaleto (Calle), Chiesa di san Giovanni in Bragora. Fondata nel sec. VIII dal vescovo di Oderzo S. Magno, è probabile derivi il nome “Bragola” (Bragora), dalla regione dell’oriente da cui provennero alcune reliquie di S. G. Battista a cui è dedicata la chiesa. L’attuale è riedificazione del 1475, secondo il tipo di architettura gotica, con lievi trasformazioni successive. All’interno, pregevole pala di Cima da Conegliano, fine ‘400, ‘Il battesimo di Gesù Cristo’”.

La guida sembra inseguire il sogno della messa in opera di un racconto borgesiano, quello del cartografo che riproduce così sistematicamente il territorio osservato fino a ritrovarsi tra le mani una copia del territorio stesso; il sogno, appunto, del nevrotico da rinchiudere buttando la chiave. Per fortuna del libro, la nevrosi degli autori funziona come musa ispiratrice ed arresta il suo influsso contro il muro della necessità: la “copia” di Venezia che G.P. Nadali e R. Vianello, coadiuvati da diversi collaboratori, realizzano non sfugge al destino proprio delle copie, quello d’essere “un’altra cosa” rispetto alla “cosa” copiata, un “punto di vista” comunque personale nonostante la pretesa di oggettività che lo attiva. Un “punto di vista” che, in maniera più o meno sensibile, modifica l’oggetto osservato, va ad aggiungere un “piano” a quelli preesistenti e contribuisce a “complessificare” il reale. Nel caso di Calli, Campielli e Canali, sotto l’apparente oggettività di un insolito stradario, si perpetua il mito dell’“intricato labirinto” e raccontando ogni “minimo dettaglio” si fornisce un filo d’Arianna che conduce al proprio orizzonte. Per esempio, tanto per rimanere al citato punto n. 30 della tav. 44 sestiere di Castello, non dice del battesimo di Vivaldi, non parla della “Bragola” – piazza del Mercato – altra probabile etimologia del Campo della Bragora, e non cita i martiri risorgimentali Attilio Emilio Bandiera e Domenico Moro che, nel “campo” ebbero nascita e, poi, memoria civica con la nuova denominazione del campo stesso.

La guida, come ogni libro, marca il suo limite nell’impossibilità di narrare “tutto” il reale anche se, più di un volume di saggistica o di narrativa, si dota di un apparato paratestuale che mima l’oggettività strumentale: come ogni libro riracconta, per differenze, l’eterno divenire del reale. È questo che dà godimento alla lettura, che libera il desiderio di conoscere, di vivere, nuove storie e nuove avventure. Lo “stradario” delle Edizioni Helvetia ha il grande merito, contro le proprie intenzioni, di fornire una utile guida per “perdersi” in città: ogni nome sulle mappe può essere il punto di partenza per nuovi itinerari, ogni tavola la prima di “mille tavole” ulteriori, sostituendo o aggiungendo nuovi indicatori a quelli esistenti. In questo senso si inscrive inconsapevolmente, come dicevo all’inizio, nella progettualità situazionista di Debord: offre, senza il coraggio o la possibilità commerciale per portarla a compimento, una mappa dove riprodurre le stratificazioni pubbliche con quelle private in una “recherche” dello spazio-tempo perduto. Manca, però, di quel cortocircuito che solo l’autore de “La società dello spettacolo” avrebbe potuto dare, della “recherche” resta la melanconia del ricordo – pur utile punto di avvio – e non la potenza del rimembrare. Tocca semmai al lettore andare oltre il testo, abbandonarsi alla deriva, appunto, psicogeografica : strappare, sottolineare, sovrascrivere, ricolorare le mappe – qui la “forma-libro” aiuta a liberarsi di residui feticismi bibliofili – usare il testo a piacere in onore di uno spazio-tempo da ritrovare.

 

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