Scritto da Redazione

pennantCass Pennant

Congratulazioni. Hai appena incontrato l’Intercity Firm.

2013, Baldini e Castoldi-Dalai, Milano

pp. 398, 8.00 euro

Blowing bubbles

C’è un capitolo, tratto dal libro di Cass Pennant Congratulazioni. Avete appena incontrato l’Intercity Firm, che ci rivela una storia dell’intreccio profondo tra punk post-’77 e comportamenti legati al mondo delle tifoserie che risulta sotterraneo solo nella ricezione oltre Manica, che li vuole separati come se si trattasse di differenti dimensioni del reale.

È un capitolo legato alla storia della cover di Blowing Bubbles, uno dei cori della tifoseria del West Ham United, da parte dei Cockney Rejects e che parla della celeberrima stagione del punk successiva alla generazione dei Pistols e dei Clash: un punk legato quindi non solo a comportamenti di secessione metropolitana e di autogestione, ma anche quindi alla lunga stagione degli incidenti tra tifoserie nell’isola britannica tra l’inizio degli anni ’70 e la fine degli anni ’80.

Del resto, a parte le rielaborazioni americane che non potevano cogliere la questione del tifo, la ricezione italiana del punk post – ’77 era predisposta ad operare compulsivamente questa separazione tra nuova scena punk e il mondo delle tifoserie assumendo, nel proprio bagaglio identitario, i comportamenti legati alla nicchia musicale in ostinata secessione rispetto al resto dei comportamenti planetari. Allo stesso tempo, la recezione mitologica della campagna dei gruppi musicali inglesi Rock Against Racism, contro l’estrema destra del National Front del ’79, ha consegnato a lungo la visione delle curve inglesi come un avamposto del reclutamento fascista: le immagini delle fanzine con i gruppetti di tifosi che fanno il saluto romano in curva e quelle della strage dell’Heysel, messe in confusa sovrapposizione in molte frettolose letture del fenomeno, hanno fatto il resto.

In realtà, seguendo le testimonianze raccolte da Pennant, che è di pelle nera ed è stato un esponente di punta della tifoseria del West Ham, la stagione della visibilità del fascismo in curva risulta molto più breve e circoscritta di quanto immaginato negli anni scorsi e non ha paragone con la visibilità ottenuta dal protagonismo squadrista negli stadi italiani nell’indifferenza della cultura democratica (tanto che al saluto romano di un giocatore che ha scritto un libro dove si elogia Mussolini statista, l’ex direttore di Liberazione Sandro Curzi ha pubblicamente minimizzato dicendo “era un gesto d’esultanza sportiva”. Nei giorni seguenti la semiotica della metropoli romana è stata caricata di scritte che ringraziavano il calciatore con una svastica come firma e Sieg Heil come motto).

Infatti, pochissimi anni dopo la parentesi della stagione di tentativo di interventismo fascista attorno al ’79, le curve di squadre come il Chelsea (che pure ha avuto un gruppo di tifosi marcatamente fascista come gli Headhunters) e il West Ham, secondo le testimonianze incrociate e collezionate con notevole ritmo narrativo da Pennant, erano abitate da una significativa presenza di immigrati. La storia e l’epica degli scontri tra tifoserie inglesi, che hanno avuto una fase acuta lunga quasi un ventennio, non coincidono quindi con la cronaca del reclutamento dell’estrema destra in Inghilterra ma affondano e si intrecciano in comportamenti metropolitani – il punk nelle fasi eroiche e il rave in quelle di decadenza – che ci consegnano una lettura delle dinamiche di scomposizione e di composizione sociale inedita e di notevole interesse per la sfera della politica e della teoria della società.

In questo senso, nel recentemente ristampato Il tempo delle tribù (Guerini e Associati, Milano, 2004), Michel Maffesoli parla di declino dell’individualismo di massa e di emergenza di fenomeni neotribali in presenza di una produzione di racconti e di immagini nelle culture sotterranee. Questa produzione va a nutrire un’epica e una mitologia che rafforzano l’appartenza e l’affiliazione a dinamiche di gruppo che, per quanto rimandino al tribale, sono neo nel loro rappresentare una morfologia dei gruppi sociali che si conformano come novità nella composizione sociale intesa fino a quel momento. Il libro di Pennant registra, e allo stesso tempo produce, un’epica e una mitologia dell’arcipelago neotribale legate agli scontri tra tifoserie nella metropoli londinese e nella realtà britannica lungo un ventennio. Non solo, dal punto di vista sociografico fornisce gli strumenti per comprendere come la scomposizione della Working Class britannica abbia lasciato il passo ad aggregazioni, ad arcipelaghi, di gruppi antichi e inediti allo stesso tempo. Infatti nel libro sia il regista di Hooligan, lo storico documentario prodotto da Thames Tv sui tifosi del West Ham, che il gruppo di ricercatori del centro Sir Norman Chester, che si occupa di incidenti tra tifoserie dal 1890 in poi, convergono nel giudizio che vuole gli scontri tra tifoserie per tutta l’Inghilterra come una proiezione della pratica di massa della lotta tra bande per il possesso del territorio nella Londra dell’epoca vittoriana. Il calcio, secondo questi giudizi, avrebbe fornito a queste pratiche sia un palcoscenico nazionale, poi mediatico, sia l’esaltazione degli aspetti ludici dello scontro legato in epoca precedente alla questione del possesso del territorio come sfruttamento commerciale. In questo modo gli scontri tra bande avrebbero accentuato l’aspetto ludico e agonistico dello scontro per il territorio, producendo un tipo di aggregazione neotribale che, come ricorda anche Pennant, arruola nella scomposizione della classe operaia e nelle professioni emergenti, dal precariato fino a casi di Mister Hyde nascosti in qualche imprenditore di un certo livello.

E qui, prima di tutto, viene a mente Homo ludens di Huizinga e la tesi del gioco come elemento sociale primario rispetto alla cultura. In Huizinga, e nelle sue rappresentazioni del tramonto delle culture, prende piede la teoria dello sport come istituzionalizzazione del gioco. Il tramonto di una cultura lo si intravede quindi negli aspetti di neutralizzazione e di istituzionalizzazione di questo elemento primario capace di produrre continuamente nuove aggregazioni sociali e di veicolare una nuova semantica. Nel libro di Pendant, i tifosi che si scontrano parlano apertamente di un gioco, alludono alla richiesta di rispetto che si deve ai giocatori ma soprattutto insistono sulla mancata istituzionalizzazione del gioco: la loro epica e le loro testimonianze servono proprio a marcare che questo essere fuori dalle mediazioni istituzionali è la loro dimensione. Ed è in questo modo che si comprende come la dimensione neotribale sia, a differenza di come la si possa pensare con qualche ragionamento sociologico falsamente intuitivo, costantemente innervata nella creazione di nuovi tipi di aggregazione e nella veicolazione di una nuova semantica: è la dimensione del gioco non istituzionalizzato che sta qui a garanzia della produzione del nuovo nelle culture (a differenza di quanto accade nelle aggregazioni che si richiamano al concetto di società civile che subiscono i processi di neutralizzazione e declino perchè riconoscono quelli di istituzionalizzazione).

Nel libro di Pennant, la lunghissima teoria di scontri tra tifoserie – di intensità e diffusione nello spazio e nel tempo tali da ricordare la memorialistica della sinistra extraparlamentare degli anni ’70 italiani – si svolge in una dimensione che sta tra il gioco ed una curiosa “guerra civile”. Curiosa perché si svolge tra tifoserie che non si scontrano direttamente contro lo stato, ma tra di loro, nonostante che lo stato, che va anche politicamente e mediaticamente in crisi per tutto ciò, si frapponga continuamente tra gli schieramenti. Quella di Pennant, per certi versi, è una Londra simile al film L’infanzia di Sherlock Holmes o a certe suggestioni di Robert L. Stevenson o alle riletture del fantastico metropolitano londinese di Neil Gairman di Nessun dove: una metropoli che rivela sempre un proprio doppio popolato da vasti arcipelaghi di gruppi, sette, personaggi, rivalità e conflitti. Con la differenza che il libro di Pennant risulta fantastico o esoterico solo se si guarda alla realtà sociale con le sole categorie della società civile e del suo opposto, l’individualità di massa: in nessuno di questi due casi appare un mondo.

E questo dovrebbe suonare come un campanello d’allarme anche per i il cartelli elettorali, le cordate accademiche e culturali, i movimenti di sinistra sempre più legati alla centralità di temi, fenomeni e comportamenti della middle-class impaurita dai processi di globalizzazione. L’isolazionismo culturale di sinistra in questa dimensione fa, ad esempio, rappresentare il lavoro cognitivo come semplice rovescio etico, desiderante e consapevole dell’individualismo imprenditoriale e non – come da tempo si comprende nel funzionalismo californiano – nei termini di un fenomeno talmente innervato nelle differenti coniugazioni del neotribale da rendere impossibile la governabilità e l’idea stessa di società civile nelle metropoli.

In questo senso, le accalorate prese di posizione italiane contro un archetipico comportamento neotribale come è la violenza marcano così, sotto il linguaggio della morale di ciò che è legittimo o meno, un confine di classe e un compiuto spostamento di rappresentanza a sinistra. Da una parte si converge sulla middle-class che nell’esaltazione delle proprie virtù civiche cerca di recuperare un ruolo nella globalizzazione, e dall’altra con la condanna morale si marca il confine di rappresentanza con vasti arcipelaghi del neotribale che invece, pur nascendo al di fuori delle vecchie e nuove famiglie della politica, reinterpretano e personalizzano in conformazioni inedite proprio i fenomeni della globalizzazione (quale è, ad esempio, il calcio).

In definitiva il libro di Pennant, che si può quindi leggere in molte prospettive, è la risposta continentale a Gangs of New York di Scorsese: entrambi richiamano alla questione della presenza del neotribale nella metropoli, entrambi forniscono un’epica del neotribale utilizzabile nel presente. In questo senso va menzionato il recente film Football Factory (massacrato dalla critica italiana al festival di Locarno perché non conteneva una esplicita ed edificante condanna della violenza), proprio in quanto rappresenta la nuova stagione delle tifoserie dopo la pay-tv, la ristrutturazione urbanistica degli stadi e quella tecnologico-securitaria dell’ordine pubblico, pellicola che non è ancora matura per interpretare il linguaggio dell’epica neotribale ma il cui senso della fotografia serve benissimo allo scopo di veicolare un’epica degli scontri tra tifoserie che passa così il guado del XXI secolo.

 

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