Scritto da Redazione

figure nel tempoUbaldo Fadini

Figure nel tempo. A partire da Deleuze/Bacon.

2004, Ombre Corte, Verona

pp. 140, 11.30 euro

Deleuze/Bacon

Uno dei grandi problemi filosofici della contemporaneità è da riconoscere nella elaborazione di un pensiero “radicale”, accanto alle tradizionali categorie del pensiero critico razionalista e di quello tragico di marca conservatrice; e nelle problematiche che hanno connotato questo pensiero nel percorso di definizione di una concezione della soggettività che sfuggisse all’aporia tra la sua centralità “illuministica” e una dissoluzione nichilistica che ne derubricava i diritti – in sostanza, la possibilità di pensare la “fine del soggetto” in una prospettiva di emancipazione, capace di recuperare le tensioni del pensiero tragico-nichilista, ‘detournandone’ il senso verso le potenzialità dinamiche di un nuovo pensiero di liberazione. E’ questo il panorama nel quale si inserisce questo lavoro di Ubaldo Fadini, che prende le mosse dalla lettura di uno dei volumi più gravidi di conseguenze nella produzione di Gilles Deleuze (uno dei “maestri” conclamati del pensiero radicale), quello dedicato alla pittura di Francis Bacon e alla Logica della sensazione (e anche questo aspetto testimonia come la ricerca artistica abbia svolto una funzione determinante per le puntualizzazioni di una teoresi radicale, che eludesse le condizioni di pensabilità della tradizione filosofica). Centrale a questo proposito è l’analisi qui proposta da Fadini del concetto di “diagramma”, utilizzato da Deleuze per connotare le peculiarità della figura baconiana, nel quale si intrecciano le problematiche della scuola purovisibilista viennese di storia dell’arte, elaborate dalla seconda metà del XIX secolo, e la tradizione filosofica “maledetta” inaugurata nel Seicento da Spinoza. Tra le proposte quindi avanzate dal filosofo che, nella lettura a più riprese offerta da Deleuze, ha sempre sottolineato i caratteri di potenza positiva delle affezioni della “cosa”, e quelle della scuola che ha contribuito alla possibilità di dissoluzione del tradizionale spazio plastico obiettivo, introducendovi l’elemento del “tempo” (nelle parole di Sergio Bettini, storico dell’arte italiano tra i più attenti alle implicazioni del purovisibilismo, e precoce lettore in chiave metodologica nel suo lavoro di autori come Deleuze e Klossowski) “inteso non come categoria, ma, se si vuol usare questo termine, emergenza: origine di possibilità senza numero” (e il concetto di “forma” elaborato dalla scuola viennese fu in molti sensi determinante per il superamento dello storicismo tradizionale in autori tra loro diversi, come Benjamin e Spengler). Il diagramma è il “luogo” di superamento del tradizionale concetto di forma, dal quale la “figura” di Bacon, emblematica di tutto un percorso dell’arte contemporanea a partire da Cézanne, cerca una via di fuga dalla polarità rappresentazione/astrazione, individuata nelle possibilità aperte dall’esperienza del colore e della linea come luoghi non di definizione, ma di possibilità e di “potenza”, che coinvolge in una nuova declinazione “aptica” (e agli inizi del secolo scorso era frequente la discussione sui valori “tattili” di certa pittura) dell’esperienza del sensibile e di quella particolare “logica della sensazione organizzata” (come dice Deleuze sulla scia di Cézanne) attivata dalla pittura, portatrice di potenzialità dinamiche di trasformazione. La “figura” diventa quindi nella lettura deleuze/baconiana di Fadini l’emblema di una produzione di immagine “aperta”, molteplice, pensabile come esercizio incessante di forze attive nel campo della sua producibilità.

La seconda parte del libro di Fadini sviluppa invece le potenzialità politico-antropologiche implicate dai movimenti del pensiero nel cui flusso anche la riflessione deleuzeiana si inserisce. La prospettiva metamorfica della “figura” viene interpretata alla luce di una categoria di “mostruoso” profondamente ridefinita rispetto alla sua classificazione tradizionale, che secondo Fadini trova una delle proprie radici nel dibattito (risalente alla prima metà del secolo trascorso) su vita dello spirito e Kultur – cercando una possibile risposta positiva alla condizione ansiosa del presente che tale dibattito aveva evidenziato. Risposta che viene individuata da un lato nella possibilità di pensare l’artificiale che sempre più è presente nella nostra prospettiva di “natura” come una potenzialità del soggetto, dall’altro in una considerazione della dimensione corporea che superi la condizione puramente fenomenologica, abbracciando quella che viene definita la “credenza nel divenire inumano della carne”. Quello della riarticolazione del “corpo” diventa quindi il diagramma centrale (traversato da tutte le problematiche etico-sociali che stanno travagliando la contemporaneità) per la strategia di un nuovo pensiero di emancipazione – sostituendosi quasi alla categoria di soggettività tradizionale. Una considerazione delle tecnometamorfosi in atto come potenzialità per un nuovo “sentire in comune” che, attivando nella pratica il paradigma della rete ormai pervasivo (e di significato molteplice), permetta nuove comunità in grado di reagire al controllo biopolitico della governabilità contemporanea.

 

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