Scritto da Redazione

porno di massaPietro Adamo

Il porno di massa. Percorsi dell'hard contemporaneo.

2004, Raffaello Cortina Editore

pp. 295, 13.00 euro

Il porno di massa visto da vicino

L’enorme diffusione della pornografia nell’ultimo trentennio di questa parte di mondo è un fenomeno così pervasivo della nostra società, della nostra cultura, da meritare indagini ben più attente di quelle solitamente riportate nelle bibliografie sul tema. In genere chi si avvicina all’hard core con intento critico finisce per moralisteggiare declinando lo stesso verso – è una porcheria – nella vulgata perbenista della difesa dalla censura di un qualche occhiuto potere oppure in quella accusatoria d’essere causa di almeno una mezza dozzina dei terribili malanni che affliggono l’umanità. Ovviamente senza tener conto dei pochi esperti del “genere” che non vanno al di là di una pura elencazione, questa sì autoerotica, di nomi e riferimenti.

Eppure altre “pratiche basse”, dall’alimentazione o, che sò, ai costumi balneari, tipiche della vita quotidiana, hanno meritato ben altro sguardo dalla cultura “alta” fornendo utile materiale alla comprensione del vivere comune. Impossibile che il porno, massimamente il video porno nel suo presentarsi non come rappresentazione ma come sesso reale, non implichi discorsi sulla struttura del desiderio e della sessualità, sulla natura dei rapporti tra i sessi, sulla ricezione delle immagini e i conseguenti comportamenti sociali.

Dichiarando una philia per il genere in grado forse di vaccinare dal virus del moralismo, Pietro Adamo con il suo Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004) mette insieme una storia culturale della pornografia contemporanea convinto che confrontarsi con zone e oggetti tradizionalmente trascurati – se non oscurati per troppa o troppo poca luce – dagli strumenti del sapere critico abbia molto da rivelare. E, pur con un risultato disomogeneo ascrivibile alla compilation fusionale di precedenti lavori – la pratica editoriale evidentemente soggiace agli imperativi osceni del prodotto di massa! – riesce a mettere a fuoco alcuni elementi rilevanti.

Intanto Adamo legge il porno, nella doppia accezione di provocazione e di svelamento dei corpi, come “compagno di strada” se non vera e propria tentazione artistica per gli intellettuali degli anni ’70 e cita i tanti esempi di trasmigrazione dell’hard nel cinema autoriale di quel tempo. Epifenomeno delle istanze di liberazione, il genere a luci rosse pervade l’industria del cinema e indirettamente l’immaginario sociale secondo tre preponderanti stilemi: liberazione dei corpi, sesso come terapia e pratiche dell’estremo. Prevale l’entusiasmo per le possibilità ricettive del corpo sino al rito orgiastico – da Gola profonda a Zabriskie Point – vero e proprio terreno d’incontro tra volgarizzazione hard ed istanze hippy. Per contro, si declinano tutte le possibilità dell’hard come terapia delle nevrosi, dei “blocchi” che impediscono la gioia liberatoria in un furbo adattamento di massa delle teorie libertarie da Reich, a Cooper, a Laing. Infine, sempre nel clima di “liberazione” imperante, si affermano le pratiche estreme “più su un piano visuale che su un piano concettuale”: la possibilità di far vedere ciò che sino ad allora non si è mai potuto vedere, con tutto il corollario di violenza possibile, suscita gusto ed entusiasmo ed ossessiona lo sguardo.

L’autore, però, non cade nella facile tentazione di interpretare l’hard come elemento antisistema ed, anzi, sottolinea la sostanziale riproposta dell’ordine esistente tra i sessi nella messa in scena del porno quale accessorio del godimento maschile. E indaga la critica più potente al genere espressa, appunto, dal movimento femminista che vede la conferma del potere maschile sulla donna esercitato anche attraverso la categoria del sesso. Individua sostanzialmente due correnti nel femminismo: una radicale (Millett, Dworkin, MacKinnon, Lonzi) tesa a leggere l’identità della donna in termini di differenza, di svalutazione dell’interazione maschio/femmina, di sottrazione ad una genealogia teorica da Hegel a Freud; l’altra (Carter, Irigarey, Staderini), critica nei confronti della liberazione sessuale per la sua valenza principalmente maschile, non disposta però a negare le potenzialità rivoluzionarie del sesso.

Adamo sembra più preoccupato, comunque, del rischio che certe tesi del femminismo radicale possano fare fronte comune con gli ambienti conservatori propensi ad intervenire sugli stili di vita. Anche osservando come l’affermarsi delle pratiche estreme in video – dalla penetrazione al sadomasochismo, dall’incesto allo stupro – sessualizzino la violenza ed estenuino il paradigma libertario del cinema porno quale “divertimento per adulti” messo in scena da adulti consenzienti, tende a privilegiare la “libertà” dello spettatore. Libertà per altro basata su una ipotetica capacità “democratica” del mercato di stabilire l’effettiva rilevanza dei beni consumati.

In realtà, l’iconografia della subordinazione rimandata dallo schermo a luci rosse – tra l’altro in continua evoluzione verso quella della violenza esplicita – riflette le tendenze che si esplicano nella società come parte della cultura e della psicologia maschile in alternativa ai processi di liberazione della donna. Tanto più che il porno si rivolge ad un target preciso e svolge la funzione di alleviare ansie e confermare pregiudizi piuttosto che quella di sollevare questioni. Rispecchia, appunto, “le fantasie, la meccanica del desiderio e le aspettative del pubblico maschile” e le ritrasmette in circolazione con tutta la pervasività e la potenza dell’immagine pornografica, a conferma del rapporto assimetrico uomo/donna.

Lo stesso Adamo tende a vedere nella messa in scena pornografica tre versioni del mito dello stupro che in qualche modo “giustificano” quel che sembra un canone iconografico stabilito: dal modello sadiano che rinvia al libertino liberatore al topos del sacrificio presente in Bataille, al “destino biologico” adombrato in Freud tutto concorre a dare spessore ad una presunta “passività” femminile. Nessuna volontà, quindi, di spostare “l’ottica del rapporto tra sesso e potere” come invece tentò di fare Micaela Staderini e, con lei, un intero movimento (vedi Pornografie. movimento femminista e immaginario sessuale, manifestolibri, Roma, 1998). Ancora oggi, infatti, suona “rivoluzionario” non la ricerca e l’affermazione della propria identità nella sessualità, attraverso l’esibizione della sessualità, ma “la ricerca di forme di relazioni democratiche nella relazione sessuale”.

 

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