Scritto da Tiziana Villani

DavidHarvey-enigma del capitaleDavid Harvey

Milano, Feltrinelli, 2011,
pp. 311, Euro 25,00

L'enigma del capitale
Il recente volume di David Harvey, pubblicato da Feltrinelli, ha il pregio di offrire al lettore una serie di strumenti atti a decodificare le trasformazioni del capitale nel corso degli ultimi decenni. L'impostazione rigorosamente marxista costituisce, in questo caso, un solido approccio per  lo sviluppo di un'analisi che non si limita a delineare gli elementi negativi delle più recenti crisi, quanto ad indagarne la natura propria, costituita da una serie di tecniche, di apparati economico linguistici, spesso autoreferenziali, che appaiono così sempre più svincolati da ogni esigenza di interesse comune.
Il testo ripercorrendo le più recenti trasformazioni socio economiche, si sofferma sull'impatto delle innovazioni tecnologiche alla base della “new economy” degli anni novanta. Harvey, in proposito, confuta l'ipotesi di un andamento dello sviluppo tecnologico che procederebbe secondo ritmi e tempi più o meno cadenzati,  sottolineando invece, come sia proprio la crescente eccedenza di capitale a trovare nelle nuove tecnologie un'espressione redditizia di investimento, accelerandone così l'andamento ed anche l'esposizione a fasi intensive di crisi, “quanto più abbondante è l'eccedenza, tanto più è probabile che si riversi freneticamente nelle nuove tecnologie, dando vita a un'immensa ondata speculativa che fa impallidire, a confronto, i boom economici e i crolli causati dalla bolla delle ferrovie nel diciannovesimo secolo”. (p. 107)
Nell'ambito dunque dei continui rivolgimenti delle geografie del capitalismo i rapporti di sfruttamento sembrano più mutare nella loro disposizione spaziale che nella loro configurazione storica, alle donne sia nelle economie emergenti che in quelle declinanti, viene assegnato il ruolo di maggior sacrificio in cui oltre ai saperi e alle capacità, anche gli affetti e le relazioni devono essere “messi a sfruttamento”.
Da geografo, oltre che da sociologo, Harvey assegna allo spazio, alle nuove geografie che si producono con i mutamenti del capitale, un'attenzione minuziosa, sostenendo che se da un lato non si può ridurre la geografia storica del capitalismo alla legge dell'accumulazione, resta pur sempre vero che accumulazione capitalistica e crescita demografica si siano posti come fattori determinanti nel segnare l'evoluzione umana a partire dal 1750.  Entrano in gioco così le sette sfere di attività: tecnologie e forme organizzative; rapporti sociali; ordinamenti istituzionali e amministrativi; produzione e processi lavorativi; rapporti con la natura; riproduzione della vita quotidiana e della specie; “concezioni mentali del mondo”. Nessuna di queste sfere deve essere considerata predominante, piuttosto risulta utile soffermarsi sulla processualità e sul concetto lefebvriano di ensemble per rilevarne l'andamento disomogeneo e aperto, “è più come un sistema ecologico costituito di molte specie e forme di attività differenti, quello che il filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre chiamava un 'ensemble' o il filosofo suo connazionale Gilles Deleuze chiamava un 'assemblage' di elementi che stanno in relazione dinamica l'uno con l'altro. In una simile totalità ecologica le interrelazioni sono fluide e aperte, pur essendo inestricabilmente intrecciate tra loro” (p. 136). Potremmo dunque ascrivere il pensiero di Harvey, che sottolinea la dimensione relazionale ed ecosistemica, nell'ambito di quell'ecologia sociale che inizia ad esplorare le possibili fuoriuscite dai meccanismi socio-economici attuali. Resta a tal fine necessaria la creazione di una prospettiva di ampio respiro, capace di decostruire la grammatica dominante del liberismo, agendo di conseguenza sulla verità delle condizioni che si sono create nella nostra modernità e che ci dicono di sperequazioni sempre più laceranti, accompagnate dalla distruzione dei diritti fondamentali di cittadinanza. La concentrazione attuale della crisi in Occidente non sembra però generare programmi coerenti e di più completo orizzonte, come se l'espropriazione attuata dal metalinguaggio della comunicazione dominante, continuasse a esercitare una imperativo di adeguamento, nonostante l'imbarbarimento delle condizioni di vita sia a livello individuale che collettivo, locale e globale. In questo senso gli strumenti, che il lavoro di Harvey ci mette a disposizione, costituiscono una necessaria base di riflessione per uscire dallo stordimento e dalla depressione sociale che ci si assediano da più parti.

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