Scritto da Redazione

bonomiAldo Bonomi e Alberto Abruzzese

Catalogo della Triennale di Milano

2004, Bruno Mondadori

pp. 320, 25.00 euro

La città infinita

Visitando la mostra “La città infinita”, curata dai sociologi Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese per la Triennale di Milano, colpisce un ragazzino accovacciato su un punto dell’enorme ortofoto digitale che, tappezzeria e moquette senza interruzione di continuità dell’esposizione, riproduce nitidamente il territorio pedemontano a nord di Milano, tra Malpensa e Orio al Serio. Con una mano segue i contorni di quello che, presumibilmente, è il suo “luogo” – casa, frazione – indistinguibile, se non per affezione, nella serialità dei luoghi riprodotti.

In questa sua interazione topografica dà conto d’una mostra diversa, non semplice esposizione di prodotti ma messa in campo di un processo, quello che lega i soggetti, gli spettatori-attori, al dispiegarsi geografico d’una particolare forma urbana. “Megalopoli lombarda”, come aveva provato a descrivere Eugenio Turri in un libro Marsilio di qualche tempo fa oppure paesaggio per un “Perdersi” spaesante secondo le suggestioni suggerite in un saggio Laterza anni ’80 di Franco La Cecla? Periferia dilatata di un “centro” che non esiste più oppure nuovo modello socio-urbanistico da governare?

Per Bonomi e Abruzzese, chiaramente, “città infinita” che riproduce continuamente sé stessa secondo modelli seriali e spostandosi spazialmente, annullando ogni idea di “centro”, inglobando e trasformando ogni traccia del passato. Non più luogo che sedimenta e stratifica la propria storia ma “non luogo”, secondo l’accezione di Marc Augè, tra autocostruzione che profitta d’un imperante liberismo ed ipercostruzione che delocalizza in megaspazi le attività del consumo e del divertimento. Un labirinto percorribile in tutte le direzioni ed esteso in uno spazio che rinnega l’idea di un confine esterno e dove il “fare” assume connotazioni nevrotiche e dimentiche di “senso”.

In mostra sono esposti, quindi, oltre alla gigantesca mappa che da sola testimonia del labirinto urbano, gli album di foto di Gianni Berengo Gardin o di Uliano Lucas in grado di “rimembrare” le tracce d’una comunità scomparsa, o in via d’estinzione, ritratta in piazza, nel campo da bocce, in fabbrica, nei luoghi riconoscibili, insomma, d’una socialità “locale”, di paese. E, per contro, le foto dei nuovi luoghi della socialità – ipermercati, multisale – ridotti a convertitori di flussi e di transiti; oppure l’album di fototessere, impaginato nella griglia di un improbabile cruciverba, di tutti gli abitanti di Mariano Comense, pubblicato da una locale stamperia, estrema rinuncia e nostalgico rimando, al tempo stesso, all’identità. Ancora: i progetti per nuove vie di attraversamento o quelli relativi al nuovo polo fieristico; i manufatti di alcune ditte che rappresentano il fare lombardo o alcuni esempi d’una produzione artistica, al confine tra modernità e surmodernità, che nello spazio pedemontano ha trovato espressione. Una rete capillare, poi di video diffonde incessantemente la babele di discorsi – interviste, commenti, dichiarazioni, storie - prodotti durante l’analisi sociologica del territorio. In verità, spezzoni e tracce molto inferiori a quelli promessi dall’ufficio stampa dell’esposizione e, probabilmente, realmente individuati dai curatori. E, soprattutto, molto parziali rispetto alla realtà stessa del processo indagato: mancano del tutto le “tracce” d’un fare criminale o, semplicemente, border line; le presenze marginali o extracomunitarie, come se il “fare” lombardo fosse privo di ombre o il processo in corso riguardasse solo una parte della popolazione che lo attiva.

Consapevoli che la “forma urbana” è, comunque, espressione d’un modo d’essere, i due autori individuano nella fine del fordismo, nella fine d’un certo modo di produrre e di governare, conseguentemente, il territorio, il passaggio dalla “periferia” moderna – comunità subalterna alla città, al centro del comando – alla “infinità” urbana postmoderna, modello, “altro” e contrapposto ad un centro museificato, di produzione. Soprattutto per Bonomi, nella fascia pedemontana iperurbanizzata, prende corpo quel “capitalista personale” capace di coniugare “globalizzazione” ed opportunità offerte da un uso smemorato del “territorio”, di “commistare” globale e locale in “glocale”, in un di più di vantaggi, opportunità, realizzazioni personali.

In effetti, 460.000 imprese per circa 4 milioni e mezzo di persone e 3 milioni e settecentomila veicoli in circolo, rappresentano un grandioso laboratorio abitato da quell’individuo “flessibile”, attore di un “general intellect” produttore attivo di merci, sapere, ricchezza; attraversato da bisogni e desideri che, continuamente, realizza e sperimenta mettendo continuamente in gioco il confine, di volta in volta configurato, tra comunità stabilita e comunità possibile, tra territorio disegnato e territorio utilizzabile. Continuamente all’incrocio di “flussi” e “transiti”, in uno spazio d’avventura infinita.

Nella mostra, ma ancor più nei saggi e documenti che compongono il catalogo (pubblicato, ad esposizione conclusa , da Bruno Mondadori) si percepisce la fascinazione degli autori e collaboratori per un “modello” che sembra far piazza pulita di vecchi schemi interpretativi della realtà e, in sintonia con alcuni concetti del pensiero radicale da Deleuze, a Negri a Virno, disegna lo spazio di una “nuova frontiera” libera dalle pastoie concentrazionarie della città e aperta alla sperimentazione individuale.

I curatori sembrano dimenticare quello che solo alcuni collaboratori come Ugo Volli o La Cecla e Rullani sfiorano appena: la de-territorializzazione selvaggia produce ri-territorializzazioni atomiche e private – la “villetta” se non la “cameretta” centro di gravità permanente contro il mondo “di fuori” - ; il profitto sembra essere l’unica unità di misura “culturale” capace di frullare in un indistinto chiacchiericcio i pettegolezzi di “Cioè” con l’apprendimento liceale e l’assenza di lotta di classe si traduce in classi di tipologie umane – prostitute, extracomunitari, operai, padroncini, ecc. – in molecolare lotta intestina. Ho l’impressione che, alle porte di Milano maggiormente che altrove, si agiti una moltitudine ben lontana dal farsi soggetto costituente d’una nuova società potente, libera e democratica: semmai la forma più avanzata di “produttore-consumatore” coattivamente chiamato a riprodurre infinitamente sé stesso dentro uno spazio indefinito.

Che, forse, la mano del ragazzino visto nella mostra, con l’innocenza indistinta dei piccoli, cerchi un confine, una misura, al delirare della forma urbana?

 

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