Scritto da Redazione

lib svi lavA.A. V.V. (a cura di Giovanni Mari)

Libertà, sviluppo, lavoro

2004, Bruno Mondadori, Milano

pp. 20, 22.00 euro

Il valore del lavoro

Questo volume, curato da G. Mari, è il risultato di un Convegno di studi svoltosi a Firenze nel 2003 che ha avuto come oggetto la “questione del lavoro”, della quale si è sottolineata la centralità in un tempo, come quello presente, caratterizzato dalla cosiddetta “globalizzazione”, dall’affermazione del capitalismo comunicativo postfordista, del new capitalism o “capitalismo flessibile” (per dirla con R. Sennett). Nei molti interventi contenuti in Libertà, sviluppo, lavoro (ma penso in particolare a quelli di Mari, R. Bodei, B. Trentin, M. Revelli, L. Gallino, S. Veca, M. Buiatti) mi sembra che sia rintracciabile un filo rosso che in una qualche maniera li connette: la convinzione che le trasformazioni del lavoro moderno siano da riferire ad una accelerazione nella convergenza tra conoscenza ed economia che stimola appunto a ripensare il loro legame storico. Come ha recentemente sottolineato E. Rullani (ma sia consentito anche il rinvio al Lessico postfordista, Feltrinelli, del 2001, curato da A. Zanini e dal sottoscritto), l’economia ha sempre fornito alla conoscenza i mezzi per la sua realizzazione/sperimentazione, così come, d’altra parte, la conoscenza ha dato all’economia idee, linguaggi, soluzioni per innovare i processi produttivi e di consumo. Storicamente, il rapporto tra economia e conoscenza è sempre stato preso in considerazione, ma in termini tali da ricondurre la conoscenza ad una sorta di “presupposto esogeno”, ad una risorsa, oltrettutto dipendente dagli sviluppi tecnologici e da altri fattori comunque esterni, decisamente pubblica (come la scienza) o essenzialmente privata (si veda il discorso dei brevetti e della vendibilità).

Oggi però la situazione è diversa. L’economia, nelle società di new capitalism, è sempre di più una knowledge-based economy, così come la conoscenza è sempre di più interessata alla logica economica del valore, in quanto la formazione di sapere, in ogni senso, richiede investimenti e tempi crescenti. La vita economica reale mostra molto bene questo convergere (e ciò è riflesso con cura in molti dei contributi di Libertà, sviluppo, lavoro: penso soprattutto agli interventi di R. Cecchi e A. Ranieri), anche se mi sembra sempre più opportuna, in un tale ambito di discussione, la sottolineatura dei caratteri “anomali” della conoscenza nel momento in cui la si voglia semplicemente considerare come una risorsa produttiva. Da più parti si sostiene infatti come la conoscenza non sia riducibile a merce, presentando delle proprietà di fatto incompatibili con il concetto standard di merce. Lo sforzo teorico non deve essere allora quello di ricondurre/normalizzare le anomalie di tale singolare, “imperfetta”, risorsa produttiva, proiettandole su uno sfondo di loro “neutralizzazione”. Se c’è una differenza specifica della merce conoscenza (che ne fa una sorta di “non-merce”) rispetto alle altre merci, allora è proprio su tale scarto che va portata l’analisi, sapendo che è proprio sulla facoltà di produrre particolari vantaggi competiti (e valore) che si accentrano le caratteristiche della società della conoscenza (su base di economia della conoscenza). Per riprendere alcune riflessioni di Mari, nel suo studio di apertura della raccolta in questione: è vero che l’“antropologia signorile” di Aristotele, che riservava al non-lavoro le forme più elevate di vita, si è ormai trasformata nell’idea che “si è signori della propria vita perché si lavora” (con riferimento alle posizioni di A. Sen); ma a ciò bisogna aggiungere che oggi si può ri-diventare signori nel momento in cui si riprende nelle proprie mani il lavoro della conoscenza.

 

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