Scritto da Redazione

mmrossaFerruccio Parazzoli

2003, Mondadori, Milano

pp. 92, 8.00 euro

CMM 1: la sottile linea rossa di Milano

Probabilmente, come sostiene Peter Handke in uno dei suoi tanti resoconti di viaggio, non percepiamo l’oscura bellezza di molti luoghi della modernità. Sicuramente, però, ne subiamo l’intima fascinazione, la stessa che fa scrivere pagine apocalittiche al John Dos Passos di Manhatttan Transfer, uno dei primi incantati testimoni del farsi metropoli della città. “Come la linfa al primo gelo del mattino, uomini e donne, alle cinque cominciano a gocciolare giù dai grandi caseggiati nel quartiere degli affari; e folle grigiaste sommergono la metropolitana e spariscono sotto terra” scrive appunto Dos Passos introducendo tra i topos letterari del XX secolo the tube , la ferrovia underground che tanta fortuna avrà soprattutto come location cinematografica da Tempi moderni di Chaplin a I guerrieri della notte e Strade di fuoco, a Subway di Luc Besson.

Strumento indiretto per viaggi alternativi come quello di Maspero e (...) compiuti negli anni ’60 per esplorare le periferie tra gusto letterario e motivazione sociologica, trova in tempi recenti il suo cantore nel “sociologo” francese Marc Augè con i suoi “Non –luoghi” e, soprattutto, con “Un antropologo nel metrò”.

Nelle ventinove “fermate” – tante quante le stazioni del corpo centrale della Linea Metropolitana 1 di Milano - che scandiscono il racconto MM Rossa di Ferruccio Parazzoli, pubblicato direttamente negli Oscar da Mondadori nell’autunno scorso, c’è tutto il riverbero d’una tradizione – di un canone, quasi – ormai consolidato: scatti fotografici, osservazioni antropologiche e tutto il mistero dato dal muoversi in un’altra superficie rispetto a quella “naturale”. La stessa struttura narrativa è stabilita sul possibile “tempo medio” di lettura tra una stazione e l’altra della metropolitana milanese che, come un logo, marchia il libro; il luogo condiziona la scrittura, frammenta il testo e minimalizza il racconto. La sottile “linea” che identifica sulla pianta della città uno dei percosi metropolitani più antichi, diventa la misura del tempo spazializzato diviso in snodi tutte uguali; una unità di tempo capace di contenere le migliaia di “tempi individuali” – le migliaia di storie - che quotidianamente la attraversano.

La linea marca il confine tra la città e la metà buia che si spalanca sotto;. in questa metà, per necessità di pietà filiale, la visita al padre ricoverato a Pio Albergo Trivulzio, “gocciola” quotidianamente, dall’ottavo piano dell’abitazione in piazza Loreto, l’Io narrante di Parazzoli. La storia privata che fa da canovaccio al racconto si interseca con le mille storie dei personaggi che lo sguardo, casualmente, incontra.

Nella luce giallognola del sotteraneo, le notizie colte a brandelli sul giornale del vicino o su fogli dispersi perdono del tutto la loro già eterea consistenza, diventano urla dal silenzio. Come aveva notato Dos Passos, “nella metropolitana, occhi si sbarrano leggendo: apocalisse, tifo, colera, granate, insurrezione, morte nel fuoco, morte nell’acqua, morte per fame morte nel fango”. Ad ogni stazione le porte scorrevoli dei vagoni si aprono come un sipario per lasciar posto agli attori di turno: moltitudini di individui silenziosi e di accattoni. A quest’ultimi – ragazzi di Sarajevo, musicisti, predicatori, persino un giapponese che chiede l’elemosina - il compito di recitare il dolore del mondo; ai primi, l’indifferente partecipazione allo spettacolo del dolore pagato, a volte, con una moneta in eccesso. Neppure la temporanea interruzione della corsa dei vagoni – una donna, forse, s’è buttata sui binari – scuote il flusso continuo delle moltitudini; è solo un’altra notizia, un altro pezzo di “reale” che implode nel buco nero della metropolitana.

L’esperienza sotterranea, la corsa dentro istanti tutti uguali che sospende momentaneamente il tempo individuale sino a spaesare, dona nuova consapevolezza all’io scrivente; certo, rassicura la spia verde del cellulare che riprende “campo” e “il cielo di latta che copre la città come un coperchio” ma la superficie riappare incrinata. Come un’immagine vista, per esperimento o per accidente, con un occhio solo: quindi priva di profondità, superficie liscia, impalpabile, effimera.

Così la privata cartografia cittadina tessuta su i ricordi di una vita si tarla propio attorno alle stazioni-risorgive prima ancora d’essere annotata e fa fallire il sogno borgesiano di un racconto che riproduca fedelmente la realtà raccontata. Alla maniera di Virginio, uno dei personaggi meglio tratteggiati del libro, l’intento dell’autore sarebbe quello di fotografare accuratamente i luoghi dell’estensione del suo interesse, quelli esposti alla rimembranza, al ricordo fortemente segnato dall’elemento emotivo. In modo che mettendo in fila le fotografie scattate si finisse per ricostruire l’immagine completa. Ma la foto fissa un istante – una ragazza che prega dentro un auto in sosta, un vagabondo, una nera possente che chiede indicazioni per la stazione Centrale oppure una vecchia bottega, il cimitero ebraico sul retro di Musocco, la targa esposta al Pac, per citare le meglio riuscite – che è già un passato sopravvanzato dal divenire nel momento in cui si stampa. A nulla vale invocare, come fa l’autore, la potenza della Melancholia così come l’ha incisa Dürer con tutto il corredo simbolico di compasso, bilancia, campana, clessidra e il quadrato magico degli alchimisti. L’immagine non ricompone tempo perduto e tempo presente, non restituisce i diversi livelli del reale ma solo sguardi “da un occhio solo”: rimane sghemba e pronta a ritornare al buio che l’ha prodotta. Al massimo contribuisce ad un privato tempo ritrovato.

La metropoli in continuo cambiamento – rimodellata continuamente da una “schiuma” come dice Volli -, incrinata nei suoi luoghi simbolici dall’espandere dei non-luoghi depotenziati di senso, attraversata da moltitudini sempre meno radicate e dalle schegge impazzite che tali moltitudini lasciano dietro di sè come pulviscolo d’una galassia, trascina il “fare letteratura” nel proprio divenire. Il racconto di Parazzoli è interessante anche perchè testimonia tale fenomeno: al di là della volontà di racconto dell’autore, il testo assume i tempi ed i modi dei luoghi che descrive, si spaesa dentro i personaggi che ricrea. Disperatamente attaccato ad un linguaggio del senso ma fascinato dall’inquietante bellezza percepita, su quella sgretola il lessico disponibile per trovare le parole nuove per narrarla.

 

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