Scritto da Cosimo Lisi

politiche memoriaPolitiche della memoria, pubblicato da DeriveApprodi in collaborazione con la NABA di Milano, curato da Marco Scotini ed Elisabetta Galasso, è un testo che si propone di ripensare il rapporto tra arte contemporanea e pratiche del documentario, per mettere in luce una delle tendenze culturali più politicamente impegnate negli ultimi decenni. L’antologia di testi è risultato di un ciclo di conferenze tenute da film-maker ed artisti internazionali alla NABA dal 2009 al 2013, nel quadro di un progetto di ricerca promosso dal Dipartimento di Arti Visive. Nella volontà di superare una concezione contemplativa dell’archivio, questa raccolta di contributi ricchi ed eterogenei tenta di far insorgere le memorie, al fine di combattere la colonizzazione e l’espropriazione del tempo operata dal capitale, mettendo in questione “l’irrevocabilità del passato” (come scrive Marco Scotini nel saggio introduttivo). La mediatizzazione della soggettività capitalista, inaugurata dalle strategie di cattura postfordista, ha prodotto uno sfaldamento della percezione immediata della realtà. La copertura mediatica della vita stessa, cristallizzata in immagini-ricordo, realizza il monopolio spettacolare del tempo: “Con il controllo e il monopolio della memoria sociale, il potere può permettersi non solo di rappresentare sempre se stesso e il resto nel modo più convincente, ma anche di decidere quali sono i comportamenti da tenere, quanto deve durare un evento e quali soggettività hanno il diritto all’esistenza”. La memoria diventa quindi un campo di azione politica, dove è possibile agire il conflitto, mettere in moto macchine di trasformazione sociale che sottraggano le esistenze agli apparati di cattura della società del controllo.

La memoria si configura innanzitutto come una forza immaginativa, in opposizione al ricordo che, come scrive Eyal Sivan, è un ordine. “Ricorda Israele!”, ad esempio, è un imperativo, utilizzato per costruire identità e appartenenza, così da giustificare l’oppressione attuale. Lungi dall’essere una rievocazione del passato, la memoria da mettere in gioco è un atto di creazione, che rende visibile ciò che non è mai stato o che era rimasto allo stato di invisibilità. Questa volontà di render visibile il rimosso è evidente nel lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, i quali hanno rifilmato le pellicole dimenticate del film di Luca Comerio, “Dal polo all’equatore”, soffermandosi sui margini della pellicola. Nella messa a fuoco delle immagini impossibili da vedere durante la proiezione originale (come la morte dei soldati durante la prima guerra mondiale), i film-makers hanno capovolto l’apparato di senso con il quale il regista ufficiale del re Vittorio Emanuele III aveva costruito il suo film.

La memoria raccolta in questo libro collettivo è anche una memoria postcoloniale che costruisce contro-cartografie per destrutturare le “mitologie bianche”. Il lavoro di John Akomfrah sui black-english muove a partire da una situazione ibrida, dall’ identità del “tratto d’unione” che lega i due termini. Per il fondatore del Black Audio Film Collective la memoria è lo spettro di una diaspora segnata da un’assenza, ossessionata dal problema della sua storia come modo di legittimazione del presente. D’altro canto, Mohanad Yaqubi e Reem Shilleh nel loro intervento costruiscono una memoria che si interroga sulla produzione dell’immagine rivoluzionaria dei palestinesi e sul rifiuto del ruolo della vittima. Tale rifiuto ha costituito l’orizzonte simbolico promosso dalla Palestine Film Unite, insieme al gruppo Dziga Vertov negli anni ’70, che i due film-makers riprendono nei loro lavori.

La produzione di contro-memorie è connessa alla cartografia delle contro-geografie, in particolare nell’intervento Sahara Cronicles di Ursula Biemann. La documentarista tedesca, che ha percorso il deserto del Sahara, spazio di transito della migrazione africana, cerca di registrare i passaggi vittoriosi che restano non documentati dai media ufficiali per ribaltare l’immagine dominante del migrante, bloccata all’interno di una cornice drammatica. L’attenzione invece è qui posta “alle geografie della resistenza, alle contro-geografie, nel tentativo di registrare dei momenti in cui non esiste controllo, in cui i migranti indeboliscono l’autorità, l’aggirano attivamente, al di sotto delle strutture di controllo”.

La memoria che queste pratiche estetiche, come le molte altre raccolte in questo volume, trasformano il compiuto nell’incompiuto. Ricercano le potenzialità inespresse del passato per aprire dei possibili al tempo che viene. Destrutturano l’apparato semiotico dell’immagine capitalista, opponendosi “al monopolio dell’apparenza neoliberista” ed invitando alla produzione della storia, in un gesto capace di liberare il passato dal pericolo “di ridursi a strumento della classe dominante”.

 

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