Scritto da Redazione

roba sogniFrancesco Galluzzi

Roba di cui sono fatti i sogni. Arte e scrittura nella modernità.

2004, Mimesis, Milano

pp. 189, 13.60 euro

Roba di cui sono fatti i sogni

Questo libro di Galluzzi è una raccolta di saggi che risultano però collegati da un filo rosso, da una questione che si ripropone con grande nettezza: quella del rapporto delicato tra l’immagine e la parola, soprattutto nel contesto di relazioni tra le diverse arti, che attraversa l’intera storia del pensiero occidentale. È indubbio che tale rapporto ha visto storicamente affermarsi una sorta di supremazia del verbale, di-segnata dal primato del logos sulla sensibilità, al quale il soggetto si consegna per trovare un aggancio, ritenuto sicuro, alla propria esperienza.

Galluzzi è interessato in particolare a quelle tematizzazioni dell’esperienza pittorica, letteraria, cinematografica che riflettono la scoperta (ovviamente “moderna”) della finitezza irredimibile della soggettività, stimolata a ripercorrere senza sosta i limiti delle sue articolazioni, al di là delle opinioni rassicuranti che garantiscono trasparenze e linearità, con la consapevolezza del rischio – sempre presente – di sprofondare nel caos. È in questa prospettiva che risaltano, in Roba di cui sono fatti i sogni (titolo con riferimento shakespeareiano e rinvio alla battuta conclusiva del film di J. Huston, Il mistero del falco, tratto dal noto romanzo di D. Hammett), i capitoli sul “mostruoso” e quello assai incisivo, penetrante, sulla analisi deleuziana dell’opera pittorica di Francis Bacon, al quale collego anche quello intitolato “Potenza di occultamento”, nel quale si individua, attraverso una fenomenologia dell’arte contemporanea, la possibilità di un rovesciamento del modo in cui tradizionalmente si è fatta funzionare la relazione arte-linguaggio; si pensi alla formula di Paul Klee, “rendere visibile, non rendere il visibile”: Galluzzi ne propone una articolazione che a me sembra importante, che consiste nell’indicare come il linguaggio non si presenti più come manifestazione del visibile (dicibile), ma come suo occultamento. Tale occultamento del visibile e del dicibile consentirebbe di pervenire ad una consapevolezza della presenza del fuori (rispetto al quale si rimane comunque, come avvertiva M. Foucault, irrimediabilmente fuori) che appunto de-assolutizza il visibile stesso e il detto comunemente trasmesso.

È uno dei motivi-chiave del libro la rilevazione del disegno e della pittura come luoghi generatori di poetiche. Il richiamo è soprattutto a Pasolini (al quale Galluzzi ha dedicato un libro per certi versi “pionieristico” e di indiscutibile valore: Pasolini e la pittura, 1994), ai suoi disegni e dipinti, in cui si esprime un particolare gusto per l’eccentricità/eterodossia tecnica e formale, per la contaminazione di materiali apparentemente incompatibili: dall’uso della calce a secco su carta e tela all’impiego, degli ultimi anni, di fiori, vino, gocce di cera e altro al posto dei colori (come nei celebri ritratti di Maria Callas). La pittura e il disegno rappresentano per Pasolini la possibilità di sentire “la religione delle cose”, di presentare direttamente la “fisicità” degli oggetti, la natura complessa e contraddittoria del reale, e ciò perché proprio attraverso essi si realizzano degli “effetti” che nella letteratura e nel cinema si realizzano soltanto per via metaforica. Si ricordi, in questa prospettiva, l’uso pasoliniano di supporti trasparenti come il cellophan, in grado di proporsi come forma/diaframma di un reale così non tradito in quella sua magmatica vitalità che sprigiona un qualcosa di primordiale, un carattere “sacro”. Scrive Galluzzi: “Il disegno e la pittura rivelano di essere allora, in qualche modo quasi religioso, il luogo generatore della poetica di Pasolini, e della sua prassi creativa. Solo l’immagine, sia questa verbale, cinematografica o pittorica, può offrire nella sua mera presentazione la suggestione della magia segreta e ossessiva che, secondo il poeta, dominava il reale. L’ossessione di appropriarsi della realtà, di diventare ‘poeta di cose’, spinge l’autore a trasformare i suoi procedimenti di lavoro in rituali magici eterodossi, strumenti di elaborazione di una sorta di mitologia dell’esistente. (…) La pittura, matrice di tutte le creazioni rituali, è sempre un’esperienza meravigliosa e barbarica, analoga alle cerimonie primitive messe in scena nella Medea, dove Maria Callas dipinge con succhi organici sui corpi dei giovani destinati al sacrificio – come poi il poeta farà, metaforicamente, nella serie di ritratti a lei dedicata” (p.109).

L’attenzione di Galluzzi alla rilevazione pasoliniana della costante dissociazione della lingua scritto-parlata dalla realtà costituisce una delle dominanti teoriche del suo testo, ma in questa sede preferisco rinviare al motivo della radicale disorganicità del “mostruoso”, per afferrare un altro filo che sporge dal tessuto concettuale di Roba di cui sono fatti i sogni. Mi sembra in effetti importante la rilevazione, operata in questo studio, di una serie di coincidenze tra alcuni dei contenuti più significativi del dibattito di precettistica d’arte del XVII secolo (con il suo retroterra normativo di ascendenza cartesiana) e la ricca problematica concettuale di un filosofo spinoziano come Deleuze, che ha avuto appunto il merito di aver descritto con incisività le componenti di violenza affettiva e percettiva dell’arte contemporanea, passando in modo ardito attraverso il pensiero critico purovisibilista. È proprio rispetto alla violenza aporetica della relazione tra visibile e sensibile che può infatti essere giocato in maniera proficua il motivo del “mostruoso”. È da ricordare qui la Figura baconiana, deformata, squilibrata, intimamente sconvolta nei suoi presunti equilibri e misure/proporzioni. Questa Figura, così dipinta da Bacon, è una vera e propria riconfigurazione, sempre aperta perché costitutivamente provvisoria, del corporeo, da avvicinare per certi versi al “corpo senza organi” di Artaud, quale espressione primaria di una sensibilità artistica attenta alla riconversione/riemersione, in forme nuove e singolari, del “mostruoso”, con tratti e caratteri che appaiono sempre più simili, come ci indica Galluzzi, a quelli manifestati dalla soggettività contemporanea, con quella sua indefinibile plasticità/flessibilità sempre più richiesta/appetita e in parte strumentalizzata.

 

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