Scritto da Daniele Lamuraglia

tutta la luce del mondoIl Medioevo è stato, ma non è mai finito, è oggi, se ci lasciamo invadere da tutta la luce del mondo.  Avanziamo tra le ombre coi passi di Piccardo fino a danzare nella luce coi piedi di suo zio Francesco, il santo e lo scemo, il folle e il giullare, che sboccia nell'epoca dove tutto è stupore e rovescia quel tempo - ogni tempo - coi suoi gioiosi paradossi. Siamo nello spirito di un nuovo Medioevo reale e fantastico, se respiriamo il ritmo delle frasi della lingua di Aldo Nove.

Il termine “Medioevo” è stata un'invenzione del Rinascimento, per indicare una parentesi negativa tra l'età Classica e la nuova epoca della Ragione, della Prospettiva, dei cannocchiali e degli orologi. Questo libro di Aldo Nove ci tira fuori da questa storia, e riparte con un viaggio da dentro un Medioevo dove il tempo non era scandito dalle ore, ma dallo spavento e dalla gioia.

Quello che manca è proprio ciò che dà il senso al tempo e rende straordinario il libro: niente vie di mezzo, niente dibattiti tra fede e ragione, niente prove, niente pro o contro. Non c'è da credere o non credere, c'è da lasciarsi andare, abbandonarsi, distendersi sul prato e perdersi in una parola che non cerca alibi, ma vuol solo farsi carne viva. Lo scarto tra reale e immaginario viene colmato dal simbolico, e come nella magia della transustanziazione spiegata da quel dottor Angelico che fu Tommaso d'Aquino, la cosa diventa semplice, senza trucchi: il pane è carne, il vino è sangue. Ed è tutto qui, pura conversione di sostanze, di elementi, di fatti. La teologia va giocata sul palco di un teatro, senza travestimenti, allora tutto è autentico. Non c'è più bisogno di chiamare “favola” quel che già si chiama “vita”, e se non gliel'avesse imposto un equivoco, ogni bambino direbbe “raccontami una vita”. E questa scrittura di Nove così la illustra.

Questo libro, documentatissimo dal punto di vista storico, nel riecheggiare lo spirito di Francesco d'Assisi riapre oggi la stessa dimensione che ogni epoca possiede, ma che spesso nasconde, o se ne dimentica: quella dell'infanzia, col suo incantato stupore. Il viaggio iniziatico si compie attraverso gli occhi di Piccardo - il ragazzo - nipote di Francesco, che parte dalle voci familiari che dicono il Male di Francesco, fino ad arrivare al Bene che gli donerà Francesco. La figura di Piccardo è quella della curiosità, ovvero del puro desiderio di sapere: quella che è l'essenza e il moto di un lettore di libri. Così leggiamo e camminiamo insieme al cammino del lettore della vita di Francesco, con il suo linguaggio, i suoi pensieri, i suoi occhi, le ombre e le luci che attraversa il suo piccolo corpo: “Ogni cosa era un libro e tutti erano capaci di leggerlo”.

Ci avviciniamo con Piccardo e non c'è bisogno di altro per credere, anzi, non c'è proprio bisogno di credere. Camminando verso la caverna buia nascosta sulle montagne della Verna, tutto via via si fa luce, e come nella creazione della Genesi, Dio dice Luce, e Luce fu, e basta.
Non c'è bisogno né dei documentari né di google per verificare l'esistenza delle balene, dei draghi, degli unicorni, degli elefanti: “semplicemente c'erano”.

Ed ecco che nel libro troviamo reinterpretati i meravigliosi cataloghi medievali, che diventano splendide illustrazioni di verità (e che qui possiamo solo sintetizzare): tra gli animali ci sono la Fenice, di una bellezza insostenibile che brucia gli occhi a chi l'ammira troppo; la Perla, che è una palla di pipì di luce del sole; la Balena, che ha uno stomaco enorme atto a contenere profeti e in nulla si differenzia da un'isola; l'Unicorno, che ha un corno che tutto purifica; l'Elefante, che può portare sulla schiena un castello intero; il Drago, che quando gioca, uccide. E i colori si fanno così: il rosso col sangue di drago, il giallo con la camomilla tintòria, il blu con il guado, il verde con la lavanda, il viola col papavero, il nero con le castagne della polenta dei monaci, il marrone con le noci.

Le vite dei santi non possono che sbocciare e crescere, farsi raccontare, se non attraverso il riecheggiamento di queste infinite legende auree, ove le parole assumono le qualità delle cose, e vi si rispecchiano e “quello che era invece invisibile a volte era più forte di qualunque evidenza”.

Questo universo di rispecchiamenti è tuttavia sostenuto da alcune coppie di opposizioni inconciliabili, che fondano la sudivvisione fra il Bene e il Male, ed è qui che risplende la nuova santità di Francesco. Laddove si erano identificate le forme del Male, come la malattia e la morte, Francesco vi scopre la manifestazione del Bene, l'abita e la condivide. Abbandona la Ricchezza della sua famiglia di sangue per divenire fratello di sorella Povertà e disvela la maschera eterna dell'illusionistico bagliore dei Soldi: essi sono “il pianto del male che cercava inutilmente di prendere la propria dimora sulla terra, gettandovi impossibili fondamenta, come se potesse vincere le forze più grandi del cielo, come se si potesse accumulare il cielo e scambiarlo, facendone mercato”. È dunque il Denaro che paradossalmente spezza l'ordine degli scambi, il rispecchiamento degli elementi, la reciprocità del dono. E la risposta a questa forza non può essere l'applicazione di una contro-forza, ma la resa totale al suo autoesaurimento, il sorriso felice di fronte al suo parossismo: la perfetta letizia. Farsi bastonare fino allo sfinimento del bastonatore, custodire le bastonate, e ringraziarlo:” Grazie, fratello, adesso che abbiamo ricevuto quello che ci hai voluto dare, vedi bene che lo serbiamo con noi, come un bene prezioso, e ce ne andiamo, non ti disturbiamo oltre. Pace e bene!”.

Tutto ciò Francesco aveva intuito per la prima volta quando si trovò di fronte al volto del Cristo crocifisso della chiesa di San Damiano: “Una modalità diversa dell'essere. Una strana letizia. Un gesù trionfante nella serenità impossibile della dimenticanza, negletto in quel luogo e capace di sostenete il peso della croce come se tutto fosse rovesciato, e il peso del mondo fosse di una leggerezza inaudita. Come un segreto che Francesco si sentiva sussurrare nelle orecchie”.

Piccardo era partito da un “sei scemo, come tuo zio” che gli era stato rivolto, e cerca la santità, percorre la strada della somiglianza, ma una volta giunto non accede all'uguaglianza, allo stesso destino. Perché quello del santo è unico.

Il suo tragitto è intervallato dal racconto degli episodi della vita di Francesco, come una specie di Via Crucis verso la Luce. Tra questi risplende la storia di Chiara e di quell'Amore universale che rigoglierà inconsumabile per un desiderio infinito e quindi sempre incompiuto, eternamente desiderabile: “un bacio mai dato”.

Piccardo sale sempre più in alto inerpicandosi sulla montagna e sempre più cresce la purezza della scrittura, fino ad arrivare all'apogeo, al momento in cui carne e linguaggio si fondono nell'abbraccio di fuoco tra cielo e terra, allorché il Serafino nella stretta amorosa fa sgorgare le stimmate sul corpo di Francesco. Piccardo arriva un attimo dopo, a ricongiungere cielo e terra, l'attimo che segna lo scarto fra miracolo vivibile e miracolo raccontabile, tra autore che scrive e lettore che legge.

Ci si mette allora a giocare come bambini al gioco del mondo, insieme a quel santo giullare che incarna la parola nello spettacolo di un monologo che fa esplodere i fuochi naturali di tutta la luce del mondo.

Il Cantico delle Creature è l'autografo finale di una fine che ricomincia dall'inizio di una nuova lingua che Aldo Nove ha ripreso a incidere sulle pagine del corpo e la pelle del libro.

 

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