Scritto da Félix Guattari

felixGuattariTratto da millepiani n° 30

La catastrofe dell’immaginario

Ecosofia, estetica e politica

Eterotopia, Milano, 2006

È spettato alle prime forme di società industriale di assottigliare e serializzare la soggettività delle classi lavoratrici. Oggi, la specializzazione internazionale del lavoro ha esportato verso il Terzo Mondo i metodi di lavoro in catena. Nell’era delle rivoluzioni informatiche, dello sviluppo delle biotecnologie, della creazione accelerata, di nuovi materiali e di una “macchinizzazione” del tempo sempre più affinata,1 stanno per apparire nuove modalità di soggettivazione. Verrà formulato un maggior invito all’intelligenza ed all’iniziativa, mentre come contropartita verrà affidata una maggior cura alla codificazione ed al controllo della vita domestica della coppia coniugale e della famiglia nucleare. In breve, riterritorializzando la famiglia su vasta scala (attraverso i media, i servizi assistenziali, i salari indiretti…) si tenterà di imborghesire al massimo la soggettività operaia.

Le operazioni di reindividuazione e di “famigliarizzazione” non hanno lo stesso effetto a seconda che poggino sul terreno di soggettività collettiva devastata dall’era industriale del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo che invece poggino su dei terreni in cui si sono mantenuti taluni tratti arcaici ereditati dall’era precapitalista. A questo proposito, l’esempio del Giappone e quello dell’Italia sembrano significativi, giacché si tratta di paesi che sono riusciti ad innestare delle industrie di punta su di una soggettività collettiva che aveva mantenuto dei legami con un passato talvolta assai arretrato (risalente allo scintoismo buddismo per il Giappone ed alle epoche patriarcali per quanto riguarda l’Italia). In questi due paesi, la riconversione postindustriale si è effettuata attraverso delle transizioni relativamente meno brutali che in Francia, per esempio, dove intere regioni sono uscite per un lungo periodo dalla vita economica attiva.

In un certo numero di paesi del Terzo Mondo si assiste anche alla sovraposizione di una soggettività medioevale (rapporto di sottomissione al clan, alienazione totale delle donne e dei bambini ecc.) e di una soggettività postindustriale. D’altronde ci si può chiedere se questo tipo di nuove potenze industriali, per ora localizzate soprattutto sui bordi del mar della Cina, non spunteranno anche sui bordi del Mediterraneo e su quelli dell’Africa atlantica. Se dovesse succedere così, si vedrebbero tutta una serie di regioni d’Europa sottomesse a delle aspre tensioni, a causa di una rimessa in discussione radicale delle loro fonti di guadagni e del loro statuto di appartenenza alle grandi potenze bianche.

In questi diversi campi le problematiche ecologiche si frammischiano. Lasciato a se stesso, il fiorire dei neoarcaismi sociali e mentali può condurre al meglio come al peggio! È una questione temibile: il fascismo degli Ayatollah, non dimentichiamolo, si è instaurato sulla base di una profonda rivoluzione popolare in Iran. Le recenti rivolte dei giovani in Algeria hanno mantenuto una doppia simbiosi tra i modi di vivere in Occidente e le diverse mescolanze di integralismo. L’ecologia sociale spontanea si adopera alla costituzione di territori esistenziali che bene o male suppliscano alle antiche quadrettature rituali e religiose del sociale. In questo campo, sembra evidente che, fino a che prassi collettive politicamente coerenti non vi subentreranno, saranno sempre, in fin dei conti, le iniziative nazionaliste reazionarie, oppressive per le donne, i bambini, i marginali ed ostili a qualsiasi innovazione, a prendere il sopravvento. Qui non si tratta di proporre un modello di società “chiavi in mano”, ma soltanto dell’assunzione dell’insieme delle componenti ecosofiche, il cui obiettivo sarà, in particolare, l’installazione di nuovi sistemi di valorizzazione.

Ho già sottolineato come sia sempre meno legittimo che le retribuzioni finanziarie e di prestigio delle attività umane socialmente riconosciute siano regolate soltanto da un mercato fondato sul profitto. Ben altri sistemi di valore andrebbero presi in considerazione (la “remuneratività” sociale, estetica, i valori del desiderio ecc.). Sino ad ora, soltanto lo stato si trova nella posizione di arbitro di campi di valore non di competenza del profitto capitalista (esempio: la valutazione del patrimonio).

Sembra necessario insistere sul fatto che dei nuovi ricambi sociali, come delle fondazioni riconosciute di utilità sociale, dovrebbero poter ammorbidire ed allargare il finanziamento del Terzo Settore – né privato, né pubblico – che sarà portato ad estendersi costantemente nella misura in cui il lavoro umano lascerà spazio al lavoro delle macchine. Al di là di un introito minimo garantito per tutti – riconosciuto come diritto e non a titolo di contratto detto di re-inserimento – la questione si profila come una messa a disposizione dei mezzi per portare avanti delle attività individuali e collettive che vadano nel senso di un’ecologia della resingolarizzazione.

La ricerca di un territorio o di una patria esistenziale non passa necessariamente per la ricerca di una terra natale o di una filiazione di origine lontana. Troppo spesso i movimenti nazionali (come quello basco o irlandese), a causa di antagonismi esterni, si ripiegano su se stessi, lasciando da parte altre rivoluzioni molecolari relative alla liberazione della donna, all’ecologia ambientale ecc. Ogni sorta di “nazionalità” deterritorializzata è concepibile, come la musica, la poesia… Quel che condanna il sistema di valorizzazione capitalistica è il suo carattere di equivalente generale, che appiattisce tutti gli altri modi di valorizzazione, i quali pertanto si trovano alienati alla sua egemonia. A questo sarebbe opportuno, se non opporre, per lo meno sovrapporre degli strumenti di valorizzazione fondati sulle produzioni esistenziali che non possono venir determinate né unicamente in funzione di un tempo di lavoro astratto, né di un profitto capitalista dato per scontato.

Nuove “borse” di valore, nuove deliberazioni collettive che offriranno possibilità alle iniziative più individuali, alle più singolari, alle più dissensuali sono destinate ad apparire – appoggiandosi in particolare su mezzi di concertazione telematici ed informatici. La nozione di interesse collettivo dovrebbe venir allargata a delle attività che, a breve termine, non “danno profitto” a nessuno, ma che, a lungo termine, sono portatrici di un arricchimento processuale per l’insieme dell’umanità. Ciò che qui è in discussione è l’insieme del futuro della ricerca fondamentale e dell’arte.

Questa promozione di valori esistenziali e di valori di desiderio non si presenterà, lo sottolineo, come un’alternativa globale, costituita da capo a piedi. Sarà il risultato di uno slittamento generalizzato degli attuali sistemi di valore e attraverso l’apparizione di nuovi poli di valorizzazione. A questo proposito, è significativo che nell’ultimo periodo i cambiamenti sociali più spettacolari sono stati causati da questo tipo di slittamento a lungo termine. Su un piano politico, per esempio nelle Filippine o in Cile o, sul piano delle nazionalità, in URSS, dove mille rivoluzioni dei sistemi di valore si infiltrano progressivamente. Sta alle nuove componenti ecologiche di polarizzare questi fenomeni e di affermare il loro peso nei rapporti di forza politici e sociali.

Il principio particolare dell’ecologia ambientale è che tutto è possibile, dalle peggiori catastrofi alle evoluzioni in scioltezza.2 Sempre più, gli equilibri naturali incomberanno sugli interventi umani. Verrà un tempo in cui sarà necessario elaborare immensi programmi per regolare il rapporto tra l’ossigeno, l’ozono e il gas carbonico nell’atmosfera terrestre. Si potrebbe altrettanto bene ridefinire l’ecologia ambientale come ecologia delle macchine poiché, sul versante del cosmo come su quello delle prassi umane, è sempre un problema di macchine e io oserei dire addirittura di macchine da guerra. Dall’inizio dei tempi, la “natura” è stata in guerra contro la vita! Ma l’accelerazione dei “progressi” tecnico scientifici coniugati all’enorme spinta demografica implica un impegno in una sorta di fuga in avanti, senza ritardi, per padroneggiare la meccanosfera.

In futuro, il problema non sarà più soltanto quello di una difesa della natura, bensì quello di un’offensiva per riparare il polmone amazzonico, per far rifiorire il Sahara. La creazione di nuove specie viventi, vegetali ed animali, si affaccia ineluttabilmente al nostro orizzonte e rende urgente non solo l’adozione di un’etica ecosofica adattata a questa situazione terrificante ed affascinante insieme, ma altresì una politica focalizzata sul destino dell’umanità.

Alla narrazione della genesi biblica stanno per sostituirsi le nuove narrazioni della ricerca permanente del mondo. Su questo punto, non sapremmo far di meglio che citare Walter Benjamin che condannava il riduttivismo legato al primato dell’informazione: “Quando l’informazione si sostituisce all’antica relazione, quando essa stessa cede il posto alla sensazione, questo doppio processo riflette una degradazione crescente dell’esperienza. Tutte queste forme, ciascuna a suo modo, si distaccano dalla narrazione, che è una delle forme più antiche di comunicazione. A differenza dell’informazione, la narrazione non si preoccupa di trasmettere il puro in sé dell’accadimento, lo incorpora nella vita stessa colui che racconta per comunicarlo come sua propria esperienza a colui che l’ascolta. Così il narratore vi lascia la sua traccia, come il vasaio sul vaso d’argilla”.3

Aggiornare altri mondi che non siano quelli della pura informazione astratta, generare degli universi di riferimento e dei territori esistenziali dove la singolarità e la finitudine siano prese in considerazione dalla logica multivalente delle ecologie mentali e dal principio di Eros di gruppo dell’ecologia sociale e affrontare il faccia a faccia vertiginoso con il cosmo per sottometterlo ad una vita possibile: queste sono le aggrovigliate strade della triplice visione ecologica.

Un’ecosofia di tipo nuovo, pratica e speculativa nello stesso tempo, etico politica ed estetica, mi sembra che debba sostituire le antiche forme di impegno religioso, politico, associativo… Non sarà né una disciplina del ripiegamento sull’interiorità, né un semplice rinnovamento delle vecchie forme di “militantismo”. Si tratterà piuttosto di un movimento dalle molteplici sfaccettature che porrà sul campo istanze e dispositivi sia analitici che produttori di soggettività. Soggettività tanto individuale che collettiva, che tracimi da tutte le parti dalle circoscrizioni individuate, “imbottite”,4 chiuse su delle identificazioni e che si apra in tutte le direzioni sul versante del sociale ma anche su quello dei Phylum5 macchinici, dei mondi estetici, così come sul versante dei nuovi apprendimenti “prepersonali” del tempo, del corpo, del sesso… Soggettività della risingolarizzazione capace di ricevere con forza l’incontro con la finitudine sotto le forme del desiderio, del dolore, della morte… Tutto un brusio mi dice che più nulla di questo va da sé! Ovunque si impongono delle specie di cappe neurolettiche per fuggire precisamente qualsiasi singolarità intrusiva. Una volta di più, bisogna invocare la Storia! Almeno nel senso che si rischia che non vi sia più storia umana senza una radicale ripresa in mano dell’umanità da parte di essa stessa. Con tutti i mezzi possibili, si tratta di scongiurare la crescita entropica della soggettività dominante. Invece di fermarsi perpetuamente all’efficacia ingannevole delle “sfide” economiche, è questione di riappropriarsi degli universi di valore dentro i quali potranno ritrovare consistenza dei processi di singolarizzazione. Nuove pratiche sociali, nuove pratiche estetiche, nuove pratiche di sé nel rapporto con l’altro, con lo straniero, con il diverso: tutto un programma che sembrerà molto lontano dalle urgenze del momento!

E nondimeno è proprio nell’articolazione

– della soggettività allo stato nascente;

– del sociale allo stato mutante;

– dell’ambiente al punto in cui può essere reinventato;

che si giocherà l’uscita dalle maggiori crisi della nostra epoca.

In conclusione, le tre ecologie dovrebbero venir concepite, unitariamente, come discendenti da una comune disciplina etico estetica e come distinte le une dalle altre dal punto di vista delle pratiche che le caratterizzano. I loro registri derivano da ciò che ho chiamato un’eterogenesi, vale a dire un processo continuo di ri-singolarizzazione.

Gli individui devono diventare contemporaneamente solidali e sempre più differenti (Lo stesso vale con la ri-singolarizzazione delle scuole, dei comuni, dell’urbanistica ecc.).

La soggettività, attraverso delle chiavi trasversali, si instaura congiuntamente nel mondo dell’ambiente, delle grandi concatenazioni sociali e istituzionali e, simmetricamente, all’interno dei paesaggi e delle fantasie che abitano le sfere più intime dell’individuo. La riconquista di un grado di autonomia creatrice in un campo particolare richiama altre riconquiste in altri campi. Così è tutta una catalisi della ripresa di fiducia dell’umanità in se stessa che va forgiata, passo a passo, e talvolta partendo dai mezzi più minuscoli.

Come questo scritto che vorrebbe, per poco che sia, arginare il grigiore e la passività diffusi.6

Note

1.         Su questi quattro elementi, in piena mutazione, si confronti il rapporto di T. Gaudin, Rapporto sullo stato della tecnica, CPE, in «Science et Techniques» (numero speciale).

2.         G. Bateson parlava di un “budget della scioltezza”, paragonando il sistema ecologico ad un acrobata sulla corda, in Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1989, p.256.

3.         W. Benjamin, Essais 2, Paris, Dènoël, 1983, p.148 (tr. it. Opere, Torino, Einaudi)

4.         L’autore scrive moisées tra virgolette. Si è ritenuto trattarsi di un neologismo poiché esiste il sostantivo moise che significa culla imbottita [NdT].

5.         Si è lasciato inalterato. Si tratta di un termine sia botanico che geologico ed è evidente l’allusione che ne vuol trarre l’autore [NdT].

6.         Nella prospettiva di un’“ecologia globale”, Jacques Robin, in un rapporto intitolato Penser à la fois l’ecologie, la société et l’Europe, affronta con una rara competenza e lungo un cammino parallelo al nostro, i rapporti tra l’ecologia scientifica, l’ecologia economica e l’emergenza delle loro implicazioni etiche (“Groupe Ecologie d’Europe 93”, 22 rue Dussubs, 75002, Paris, 1989).

Le presenti pagine sono tratte da Fèlix Guattari, Le tre ecologie, Torino-Milano, Edizioni Sonda, 1991, (tr. it. di R. d'Este), pp. 40-45.

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