Scritto da André Gorz

andreGorzTratto da millepiani n°33

Per un’ecologia politica

Contro l’economia del valore

Eterotopia, Milano, 2008

L’assegnazione universale di un reddito sociale garantito (RSG) è compatibile con il capitalismo? Se si, il suo scopo è quello di consolidare la società capitalista, cercare di salvarla? Se no, può esso minare le basi di questa società o spianare la strada per la transizione da un sistema economico fondato sul valore di scambio verso un sistema fondamentalmente differente? Non ho smesso d’imbattermi in tali questioni dalla fine degli anni settanta. Ero convinto dall’inizio che il sistema mondiale fondato sulla produzione di merci non avrebbe potuto perpetuarsi all’infinito. Dalla fine del fordismo e l’inizio della rivoluzione informazionale, esso lavora con una efficienza crescente alla distruzione delle basi della sua sopravvivenza. La strada del Paradiso - paradiso nel quale, secondo la predizione di Léontieff, gli uomini andranno a morire di fame perché la produzione di merci non impiegherà più abbastanza salariati e non distribuirà più sufficienti mezzi di pagamento - aveva già per sottotitolo “l’agonia del capitale”.1

Il mio punto di partenza, in effetti, era il fatto che la rivoluzione microelettronica permette di produrre delle quantità crescenti di merci con un volume decrescente di lavoro, in modo tale che presto o tardi il sistema deve incontrare i suoi limiti interni.2 Questo capitalismo che si automatizza mortalmente dovrà cercare di sopravvivere a se stesso attraverso una distribuzione di potere d’acquisto non corrispondente al valore di un lavoro. Il potere d’acquisto incondizionatamente distribuito non potrà tuttavia avere la forma normale del denaro. Non potrà essere un reddito di trasferimento, prelevato attraverso l’imposta sul consumo ed i redditi principali. È impossibile, in effetti, far crescere i prelevamenti fiscali sul consumo ed i salari quando la produzione, pur crescente in volume, distribuisce sempre meno denaro a sempre meno persone. Il RSG dovrà dunque avere la forma di una moneta differente, di una “moneta di consumo” come la chiamava Jacques Duboin. Egli proponeva che tutta la produzione mercantile fosse accompagnata automaticamente dall’emissione del suo “equivalente monetario”, vale a dire della quantità di moneta di consumo in grado di permettere l’acquisto delle merci prodotte. La moneta così emessa non potrà servire che una sola volta: essa sarà annullata al momento stesso di ogni acquisto.  

Si comprende subito il problema: come si fa per stabilire l’equivalente monetario di un prodotto al momento della sua produzione, soprattutto quando questa produzione informatizzata, automatizzata richiede molto poco lavoro? Il suo valore di scambio, il suo prezzo non possono essere determinati dal mercato, dato che l’emissione di moneta di consumo deve aver luogo prima o al momento dell’immissione sul mercato. Affinché la quantità di moneta emessa corrisponda al prezzo di vendita, bisogna che i prezzi siano fissati ex ante, attraverso un “contratto civico” tra consumatori, imprenditori e poteri pubblici.3 Bisogna, detto altrimenti, che i prezzi siano dei prezzi politici, che il sistema dei prezzi sia il riflesso di una scelta politica, di una scelta sociale concernente il modello di consumo e le priorità che la società intende darsi.

Il capitalismo morto-vivente

Non mi soffermerò sulle difficoltà che questo modello presenta all’interno di una economia post-fordista in cui le grandi unità di produzione sono esplose, esternalizzate in centinaia d’imprese sub-appaltatrici di primo, secondo… e anche quinto grado, facenti appello alle micro-imprese di centinaia di “auto-imprenditori” individuali che lavorano spesso in rete. Il modello distributista ha senza dubbio il grande merito di rompere con il mercato, di mettere in evidenza il carattere anacronistico della forma valore, ossia della forma denaro, della forma merci, del capitalismo dunque; ma ne conserva le apparenze e, soprattutto, il fondamento principale: la divisione capitalista del lavoro, la divisione tra consumatori e produttori, i rapporti sociali mercantili di acquisto e di vendita. Si tratta di una forma di “capitalismo morto-vivente” in cui la valorizzazione del capitale non può più essere lo scopo ma che, preservando formalmente la forma merce delle ricchezze prodotte e il bisogno di denaro per accedervi, preserva un aspetto essenziale dei rapporti di dominazione capitalistici.

Questi sussistono nella misura in cui l’attribuzione di un reddito individuale crea ostacolo allo sviluppo di reti cooperative di autoproduzione, all’appropriazione da parte dei colletivi auto-organizzati di mezzi di produzione sottratti alla divisione capitalistica del lavoro e utilizzabili per soddisfare una parte crescente dei bisogni e desideri di tutti. L’idea che, dopo la sua estinzione, il capitale deve poter conservare il suo sistema di dominio conservando ai beni la forma merce e alla loro messa a disposizione la forma della vendita, cammina sotterraneamente da alcuni decenni. Essa considera il consumo di merci come un lavoro che merita di essere remunerato in quanto mantiene “l’ordine mercantile”, l’ordine nel quale gli individui si producono essi stessi tali come i poteri dominanti desiderano che essi siano. “Le merci vi comprano i loro consumatori affinché questi si facciano, attraverso l’attività di consumare, come la società ha bisogno che essi siano”.»4

I mezzi sui quali il capitalismo aveva fondato la sua dominazione - il denaro, il mercato, il rapporto salariale, la divisione sociale del lavoro - gli sopravvivono come delle forme vuote. Non è più la valorizzazione del valore, è il potere di dominare che diventa l’obiettivo della produzione.

Tobin tax

Un Delphi organizzato a San Francisco nel 1995 dalla Fondazione Gorbatchev, ha dimostrato quanto le classi dirigenti si preoccupano di assicurare, tramite il consumo, la loro influenza sulle “masse senza lavoro”. L’assemblea delle cinquecento persone più celebri nel mondo della politica e degli affari si proponeva di “mostrare la via verso una nuova civiltà”. Esse partivano dalla seguente previsione: il 20% della popolazione potenzialmente attiva dovrebbe bastare “per produrre tutte le merci e tutti i servizi ad alto valore aggiunto che la società mondializzata avrà i mezzi di offrirsi”. L’80% di “superflui” “potrebbero essere tranquillizzati se potessero mangiare abbastanza e abbrutirsi con dei divertimenti”.5 Per il loro consumo di nutrimento e di divertimento, “una sorta di reddito di base” potrebbe essere loro assicurato. Una “remunerazione modesta” potrebbe inoltre incitarli alla “prestazione di servizi associativi volontari” o alla “partecipazione a delle attività sportive”. Quanto al soggetto del finanziamento di questi redditi sociali l’assemblea si è limitata ad indicare che “la pressione della concorrenza mondiale impedirà di attendere dei capi d’impresa che partecipino al finanziamento delle misure sociali”.

Si può interpretare la proposta di una Tobin tax capace di colpire le transazioni sui mercati degli scambi e - perché no? - le transazioni speculative in generale, come un tentativo per aggirare il rifiuto dei “capi d’impresa” a lasciar tassare i loro profitti. Ma ciò che vale per i prelevamenti fiscali vale anche per la Tobin tax: essa non restituirebbe durevolmente le risorse finanziarie scontate se non limitasse le transazioni speculative sui mercati finanziari; o, più esattamente, se la contrazione del volume globale dei profitti realizzati sulla produzione di merci continuasse ad essere compensata dalle gigantesche rendite speculative che l’industria finanziaria estrae da operazioni di borsa, nel modo tutto particolare della gonfiatura delle bolle finanziarie sempre più enormi che permettono di prendere in prestito del denaro reale su delle montagne himalayane di capitale fittizio e anche su delle ipoteche ed altre ricevute di debito.      

L’industria finanziaria

Da una quindicina d’anni, l’industria finanziaria è diventata una componente maggiore del capitalismo mondiale, indispensabile al suo funzionamento. Gli ideologi di sinistra che pretendono di vederci una attività parassitaria, fagocitante l’economia reale, ignorano la realtà dei fatti. Le transazioni finanziarie fruttano dagli inizi degli anni ottanta, più denaro, globalmente, che i capitali investiti nella produzione di merci, materiali o meno; l’acquisto e la vendita di capitale fittizio sui mercati borsistici rendono più che la valorizzazione produttiva del capitale reale. più della metà dei profitti realizzati dalle grandi ditte americane provengono da operazioni finanziarie. Le 500 aziende dell’indice Standard and Poor’s dispongono di 643 miliardi di dollari di denaro liquido che non trovano altro impiego redditizio che nell’industria finanziaria. Questa prosperità apparente delle grandi case non smentisce però la contrazione della massa globale dei profitti che frutta il capitale produttivo. Significa soltanto che una minoranza di aziende, grazie alla loro posizione dominante, fagocita il valore prodotto dall’insieme delle imprese, principalmente attraverso lo sfruttamento dei sub-appaltatori, delle intese reciproche e per delle rendite di monopolio.  

Lo studio McKinsey ha stimato a 80.000 miliardi di dollari la somma dei capitali eccedenti alla ricerca di investimenti remunerativi. Solo l’industria finanziaria, attraverso degli artifici sempre più ingegnosi e rischiosi, permette loro di trovarli. I guadagni che essa procura sono senza dubbio di denaro fittizio e virtuale, ma il sistema bancario permette di riciclarli e di farli retroagire sull’economia reale. Il denaro fittizio può servire come cauzione e come base per ottenere dei prestiti finanziati in ultima istanza grazie all’emissione di moneta reale da parte della banca centrale.

La gonfiatura di bolle speculative si trasforma così in macchina di creazione monetaria. Anche dei neo-keynesiani suggeriscono che la soluzione dei problemi di finanziamento potrebbe consistere nella tassazione delle rendite reali che l’industria finanziaria giunge ad estrarre dall’incremento fittizio di capitali fittizi. Per quale motivo, essi domandano, tale aumento fittizio permette di emettere della moneta reale a beneficio dei soli detentori di capitale fittizio? Perché non ricorrere alla creazione monetaria ex nihilo alla quale l’industria finanziaria ricorre, di fatto, in modo mascherato, per creare del potere d’acquisto a fini sociali e per finanziare delle infrastrutture, la ricerca, la produzione di “capitale umano”? “La distinzione tra l’economia reale e la gonfiatura di bolle speculative [non è] obsoleta nel momento in cui il riciclaggio delle plusvalenze fittizie genera la produzione di beni reali senza base reale in dei redditi salariali o dei guadagni regolari”? Senza dubbio. C’è soltanto da chiedersi per quanto tempo un potere d’acquisto nato dalla bolla speculativa e “senza base reale nell’economia reale [potrà] dar luogo a delle produzioni di merci e all’impiego sotto una forma capitalista di mezzi di produzione, di forza lavoro, di materie prime, etc. che il capitalismo è incapace di utilizzare secondo i suoi stessi criteri”, vale a dire in maniera redditizia, in maniera da riprodurre e accrescere il capitale (Riassumo qui delle analisi di Robert Kurz).6

La crisi

Ogni bolla speculativa finisce inevitabilmente per scoppiare minacciando il sistema bancario di fallimento e l’economia reale di bancarotta a catena - a meno che una bolla ancora più grande non possa esser gonfiata in tempo. La bolla borsistica degli anni novanta è stata rimpiazzata per tempo dall’enorme bolla Internet, e dopo l’esplosione di quest’ultima nel 2000, dalla bolla immobiliare - “la più grande bolla speculativa di tutti i tempi”, secondo “The Economist” - che ha aumentato il “valore” del settore immobiliare dei paesi sviluppati da 20.000 a 80.000 miliardi di dollari. La bolla immobiliare comincia appena a sgonfiarsi che già si gonfia una nuova bolla borsistica più grande della precedente. Quanto tempo il capitalismo può nutrirsi di bolle? La necessità nella quale si trova di ricorrere a questo tipo di espedienti rivela la sua crescente incapacità di riprodursi. La crisi delle categorie fondamentali dell’economia politica (del “lavoro”, del “valore”, del “plusvalore”, del “capitale”) è un sintomo di tale difficoltà. Un reddito di base incondizionato fondato sulla creazione monetaria ex nihilo non offrirebbe alcuna via di uscita a questa crisi.7 Esso esigerebbe un sistema economico di tipo sovietico, basato sulla pianificazione della produzione e del consumo in quantità fisiche e su un sistema ed un controllo politico dei prezzi.

Non si tratta di concluderne che siamo sul punto di rinunciare ad esigere un RSG. Non è escluso che in seguito ad una crisi sociale grave, questa rivendicazione sia almeno parzialmente e temporaneamente soddisfatta. Ma questo successo, al di là della sua utilità immediata nella vita quotidiana, avrebbe tutto il suo senso soltanto nella misura in cui mettesse in evidenza il fatto che il diritto alla vita di ciascuno non può e non deve dipendere più dalla vendita di sé in quanto forza lavoro e che la pauperizzazione generale che accompagna da venti anni dei guadagni di produttività senza precedenti è dovuta alla sola incapacità del capitalismo di trarre profitto dalle nuove forze produttive senza far passare la creazione di ricchezze per la cruna della valorizzazione del capitale, per la cruna del valore.

Innescare la rottura

Il RSG deve essere inteso come un’occasione e come un mezzo di aprire delle vie all’ esodo dalla società del lavoro e della merce, come il mezzo di sviluppare delle pratiche che sottraggano dei settori della produzione e del consumo alle determinazioni estrinseche che impone loro la forma valore e che “fanno presagire che materialmente così come psichicamente, l’esistenza umana può essere assicurata per altre vie rispetto a quella della valorizzazione monetaria”.8

Non si tratta dunque di perseguire, nella rivendicazione di un RSG, lo scopo illusorio di un riordinamento del capitalismo che, grazie alla sua dinamica, solleciterebbe la sua trasformazione, o addirittura la sua estinzione. Si tratta al contrario di concepire tale rivendicazione come un modo d’affrontare il capitalismo là dove si crede inattaccabile ma diviene, in realtà, più vulnerabile: sul piano della produzione.

Michel Opielka ha formulato la necessità di un tale scontro nel modo più incisivo nel 1986: il RSG, egli scriveva, “resterà prigioniero della logica capitalistica” se non è legato “al diritto delle persone di disporre di loro propri mezzi di produzione”; se “non sopprime la loro dipendenza di fronte ad un datore di lavoro, rispetto ai rapporti sociali di un sistema industrialista e davanti alla provvidenza statale. Bisogna che il RSG apra la via ad una appropriazione del lavoro”.9 Questo - ci ritornerò - presuppone che i mezzi di lavoro non siano più dei mezzi di dominazione e cessino di estendere tale dominazione a tutto il campo sociale attraverso la divisione sociale del lavoro che essi impongono.

Insomma, il RSG resta di per sé immanente al capitalismo, ma bisogna nondimeno rivendicarlo in una prospettiva che trascende il sistema. Troviamo a tal riguardo in Robert Kurz le seguenti riflessioni: “La lotta per delle gratifiche che rimangono nei limiti del sistema: per il salario, per delle prestazioni sociali e contro lo smantellamento, nel nome della competitività, dello Stato sociale... resta un momento essenziale per il movimento d’emancipazione. Ma a differenza di quello che era ancora il caso nel movimento tradizionale, non è più possibile passare senza rottura di continuità dalle rivendicazioni che si situano all’interno del sistema a delle rivendicazioni che (così dicono) lo trascendono. Il contenuto di una lotta per l’emancipazione non può essere che la critica categoriale delle forme di coesione sociale del moderno sistema di produzione di merci… Non è più la regolazione del sistema attraverso uno Stato operaio nazionale che può essere lo scopo storico, ma una società mondiale al di là del lavoro astratto e del denaro, oltre il mercato e lo Stato. [...] Il compito che s’impone è la rottura categoriale, vale a dire il passaggio da una lotta per le condizioni di vita sulla base di queste categorie a una lotta per la loro soppressione. Bisogna saper sopportare la tensione tra questi due momenti.”10

Capitale umano

Questa tensione è più forte, più insopportabile là dove la pratica professionale porta già in sé la possibilità e l’esigenza di tale rottura categoriale, ma è nello stesso tempo obbligata a far passare per la cruna della valorizzazione una pratica che si situa al di là dei rapporti di valore; o, in altri termini, noi siamo obbligati a “valorizzarci”, vale a dire a commercializzarci e venderci per vivere, benché la nostra attività ci porti ad opporci alle costrizioni della valorizzazione vissute come una mutilazione. Io penso qui, è evidente, all’implicazione personale che la sedicente “società della conoscenza” esige dai lavoratori dell’immateriale, in particolar modo da quelli che sanno per esperienza che le conoscenze non hanno un valore monetario misurabile, che hanno vocazione di essere universalmente accessibili e condivise, che i software liberi, per i quali ben si adatta il caso, sono più utili ed arricchenti per tutti perché rispondono al principio della messa in comune continua delle scoperte di ciascuno ed aprono su una anti-economia della gratuità e del dono, nella quale la crescita delle capacità di ciascuno è al tempo stesso lo scopo e il risultato della cooperazione produttiva.          

A prima vista, non esiste connessione evidente tra “l’economia cognitiva” e la rivendicazione di un RSG. Eppure, nel corso degli anni novanta, si è diffusa l’opinione, che io ho finito per condividere, che tale rivendicazione ha delle giustificazioni particolarmente solide dal momento che le differenti forme di sapere e di conoscenza - ivi comprese la cultura del quotidiano, le competenze linguistiche e comunicazionali - divengono una forza produttiva decisiva; e che la produttività ed il suo incremento dipendono dal “general intellect”, il cui sviluppo richiede più tempo del lavoro immediatamente produttivo, che è il solo remunerato: io sostenevo che “il sussidio universale è il più adatto ad una evoluzione che fa ‘del livello generale delle conoscenze, knowledge, la forza produttiva principale’11 e riduce il tempo di lavoro immediato a molto poca cosa rispetto al tempo che richiedono la produzione, la riproduzione e la riproduzione allargata delle capacità e competenze costitutive della forza lavoro nell’economia detta immateriale. Per ogni ora, o settimana, o anno di lavoro immediato, quanto necessita in termini di settimane o anni, alla scala sociale, per la formazione iniziale, la formazione continua, la formazione dei formatori, etc.? E ancora la formazione è poca cosa a paragone delle attività e delle condizioni da cui dipende lo sviluppo delle capacità d’integrazione, di analisi, di sintesi, d’immaginazione, etc. che fanno parte integrante della forza lavoro postfordista”.12 Un RSG incondizionato doveva, pensavo, rendere possibile lo sviluppo illimitato degli individui - non remunerarlo, come chiedono alcuni sostenitori di Antonio Negri - ed impedirne la strumentalizzazione e la sussunzione economica.

Questa rivendicazione mi sembrava giustificata nella misura in cui “il pieno sviluppo degli individui” non solo crea della ricchezza ma è “la ricchezza una volta spogliata della sua ristretta forma borghese”.13 Marx, per il quale il “tempo libero” era un indice della ricchezza, dato che era il tempo “dello svago e delle attività superiori”, non poteva prevedere che questo “tempo libero” sarebbe stato colonizzato dalle industrie del divertimento e che la frenesia produttivista avrebbe trovato il suo corrispettivo nella frenesia del consumo, ivi compreso il consumo dei passatempi commerciali. Ma poco importa. L’importante, è che il tempo che gli individui passano a “lavorare” al loro “pieno sviluppo” non è tempo di lavoro, per la semplice ragione che il “lavoro di sviluppo di sé” non è lavoro in senso economico: non è produttivo di “valore” nel senso economico, vale a dire non produce niente di vendibile, niente che sia destinato ad essere scambiato con altre cose. Il pieno sviluppo di sé e l’individuo pienamente sviluppato non sono delle merci. Pur tuttavia, nella misura in cui lo sviluppo delle loro capacità accresce la produttività degli individui in quanto lavoratori, il tempo che è loro lasciato per il loro sviluppo “può essere considerato dal punto di vista del processo di produzione immediata come produzione di capitale fisso, quel capitale fisso ‘being man himself’”.14 Detto altrimenti, tutto si svolge come se la riduzione del tempo di lavoro fosse un investimento nella formazione del capitale fisso umano.

L’appropriazione del lavoro

Non è dunque assurdo volere il pagamento del tempo liberato dal lavoro (detto altrimenti una riduzione del tempo di lavoro senza perdita di salario) ma pagamento non è la stessa cosa che remunerazione. Quest’ultima significherebbe che gli individui restano al servizio del capitale, che questo ha il diritto di controllare e di determinare l’uso del loro tempo fuori lavoro, appropriarsi di questo tempo esigendo che possa esserne garantita la redditività per le imprese. Il pagamento incondizionato del tempo liberato, al contrario, significa che la produttività accresciuta degli individui è il sotto-prodotto, la conseguenza indiretta del loro libero sviluppo, della loro autonomia accresciuta; e che questo tempo deve in linea di principio poter essere sottratto all’influenza del capitale, essere fatto proprio dagli individui per divenire il tempo in cui essi compiono una attività che è loro consona, creano i loro propri mezzi di lavoro e producono secondo i loro bisogni e i loro desideri.15 Il pagamento in questo caso, può divenire il mezzo che permette di creare le condizioni nelle quali la produzione di ricchezza si emancipa dal valore, prende lo “sviluppo di tutte le forze umane per scopo assoluto” e mette la produzione al servizio della crescita degli individui anziché mettere questi al servizio della produzione. Secondo la formula di Jean-Marie Vincent, noi dobbiamo liberarci dalla produzione e non soltanto nella produzione. L’estinzione del valore e l’estinzione del lavoro sono una sola e medesima cosa. Tali sono le prospettive che si possono sprigionare da una rilettura dei Grundrisse. Antonio Negri è stato uno dei primi a leggerli in questo senso.16 Ma non è certo che lui ed i suoi alleati proseguano su questa via. Essi considerano che, per il fatto che producono del capitale fisso umano, le attività “extra lavoro” attraverso le quali gli individui sviluppano le loro capacità sono lavoro capital-produttivo, creatore di valore. L’uomo stesso, la sua vita, l’insieme di queste capacità sono capitale fisso e tutto il suo tempo di vita può essere considerato come tempo di lavoro produttore di capitale fisso. Questo è messo gratuitamente a disposizione della società e delle imprese che lo catturano e lo valorizzano nel processo di produzione. Il “lavoro” di crescita, di produzione di se stessi che gli individui compiono nel corso del loro cosiddetto tempo libero, è in realtà del pluslavoro non remunerato e questo pluslavoro è divenuto la fonte decisiva del plusvalore. Esso dà diritto ad una remunerazione. Questa interpretazione solleva delle questioni che ci riconducono al cuore del problema. Innanzi tutto, il “lavoro” di crescita umana è proprio creatore di valore nella misura in cui le capacità di cui dota gli individui li rendono operativi e produttivi all’interno di una particolare impresa, simili dunque a dei mezzi di produzione che le imprese acquistano, simili, dal punto di vista del processo di produzione, a delle macchine. È la concezione ristretta, primaria, del capitale fisso umano, formato da e per delle imprese per i loro bisogni specifici. Tale forma di capitale umano non è più preminente. Nella forma preminente, ciò che è essenziale, è l’autonomia, la polivalenza, dunque un insieme di capacità che eccedono i bisogni immediati delle imprese. Lo sviluppo di queste capacità non può, e non deve pertanto elevare la competenza di imprese particolari. Nella misura in cui è indispensabile ad una cosiddetta economia della conoscenza, esso è, allo stesso titolo del sistema educativo, le infrastrutture, etc., nell’interesse generale e deve essere oggetto di un finanziamento pubblico. Fa parte delle “piccole spese” del sistema. Il capitalismo cerca di sbarazzarsi delle spese in questione mettendole il più possibile a carico dei privati che, intimati a finanziare essi stessi l’auto-sviluppo della loro polivalenza e della loro autonomia, si trovano presi tra due imperativi contraddittori: essi devono valere più di un uomo-macchina ma è precisamente in quanto essi non sono delle semplici merci umane che devono potersi vendere. È su questa contraddizione che può far leva una strategia di uscita dal capitalismo. Il capitale fisso umano non è, come il capitale fisso ordinario, del lavoro morto “oggettivato”, servito o messo in opera dal lavoro vivo. Esso è, al contrario, della stessa natura del lavoro vivo. Risultato dell’attività e dell’esperienza proprie dell’individuo sociale, il capitale umano fisso non è soltanto tutto suo, è lui stesso, frutto della sua capacità di prodursi da solo. Ne consegue che neppure gli individui sviluppati hanno avuto bisogno di una impresa capitalista per prodursi, neanche essi hanno avuto bisogno di un’impresa capitalista per mettere in opera “il loro capitale”, ossia le loro capacità, in modo produttivo. Essi possono in linea di principio emanciparsi dal capitale, sottrarsi al capitalismo per autoprodurre dei beni materiali ed immateriali per il loro proprio uso comune sottraendoli alla forma valore, cioè alla forma denaro, alla forma merce. Questa possibilità di sottrazione e dunque di appropriazione del lavoro che è anche rifiuto ed abolizione del lavoro, apre nel sistema una breccia attraverso la quale può in linea di principio avviarsi un esodo dalla società del lavoro e della merce - esodo che è prefigurato in particolar modo dal movimento dei software liberi.  

Autovalorizzazione?

Tutto questo è stato detto più o meno esplicitamente da Yann Moulier-Boutang, in particolare, nella rivista «Multitudes». Ma la nozione di autovalorizzazione pone, a mio avviso, un formidabile ostacolo alla prospettiva di una uscita dall’economia basata sul valore. Il termine “valorizzare” significa normalmente “conferire un valore monetario”, un valore commerciale. Il “processo di valorizzazione” designa il “processo di produzione di plusvalore”; “la valorizzazione del valore” designa l’impiego di un capitale - soprattutto di un capitale denaro - per fare del denaro e dunque far crescere il valore del capitale. L’autovalorizzazione normalmente intesa denota dunque le diverse maniere di conferire a se stessi un valore monetario o di trattare se stessi come un capitale che si cercherà di accrescere. È così d’altronde che la intende il neo-liberismo americano. “La persona è una impresa” conclude Pierre Lévy.17 Ora, è evidentemente impossibile valorizzare il capitale che si è senza metterlo in opera per la produzione di merci, o il che è lo stesso, di prestazioni che possono essere vendute, e vendute con profitto nella misura in cui contengono un plusvalore frutto di un pluslavoro. L’autovalorizzazione nel senso proprio di valorizzazione di sé per sé è dunque una cosa impossibile; poiché nessuno può avere un valore di scambio per se stesso, nessuno può convertire le sue capacità, competenze, etc., in denaro senza affittarle o venderle sotto la forma di servizi-merci a dei clienti solvibili; nessuno può pagarsi da solo. L’autovalorizzazione non è nient’altro che la vendita di sé, la commercializzazione di sé, l’auto-alienazione e l’auto-sfruttamento descritti nell’abbondante letteratura, soprattutto tedesca e americana, che riprende il tema de “l’impresa di sé”, de la “Ich AG”, de la “I Inc”, di quello che io ho chiamato l’auto-imprenditore. Il capitale fisso umano non può esistere al di fuori del mondo della merce nel quale il suo detentore s’inserisce come produttore di una merce che è lui stesso. Si può evidentemente dare ad “autovalorizzare” e a “valore” un senso differente da quello che hanno tali termini in economia politica: il senso di “decidere noi stessi della natura del valore o dei valori e delle loro forme”. È questo senso che ha avuto diffusione in Italia, in Negri specialmente. Ma bisogna allora precisare che si lascia il terreno dell’economia, che ci si piazza su quello dell’anti-economia, anziché slittare da un senso all’altro e mantenere una confusione propizia alle soluzioni verbali. In mancanza di tale chiarimento, il “capitalismo cognitivo” resta nei limiti di un inseguimento della valorizzazione del valore.

Autoproduzione high-tech

Non si oltrepasseranno questi limiti né in pratica, né in teoria fino a che non ci si porrà sul terreno della produzione delle merci, dei rapporti di acquisto e di vendita, fino a che si confonderà la produzione di ricchezza con la produzione di valori; fino a che le stesse persone saranno in contrasto con se stesse come consumatori e come produttori, come acquirenti di merci e come venditori di lavoro; fino a che i primi non avranno un interesse vitale a sottrarre progressivamente i loro consumi e il loro lavoro alla forma merce, alla forma valore e non vedranno la possibilità di sottrarsi al capitalismo per prendere il potere sulla determinazione dei loro bisogni e sulla loro vita. La ricostituzione dell’unità dei consumatori e dei produttori risponde oggi all’interesse vitale e ad un bisogno vitale delle popolazioni del Nord così come di quelle del Sud. “A un bisogno vitale” nella misura in cui non possono soddisfare i loro bisogni elementari attraverso l’acquisto di merci sul mercato. “Ad un interesse vitale” nella misura in cui una gamma crescente di prodotti desiderabili o necessari cessano di essere prodotti perché la loro produzione è insufficientemente redditizia per il capitale o, è la stessa cosa, perché al bisogno, per quanto pressante sia, di tali prodotti non corrisponde, nella popolazione, un potere d’acquisto sufficiente. Solo l’autoproduzione fuori mercato, vale a dire l’unificazione del soggetto della produzione e del soggetto del consumo, offre una via d’uscita per sfuggire a questa determinazione da parte del capitale del contenuto dei bisogni e del modo della loro soddisfazione.    

Non bisogna concepire questa riunificazione soltanto su scala individuale o privata, come ha fatto Alvin Toffler a proposito dei “prosumatori” che coprono una parte crescente dei loro bisogni attraverso il “do it yourself ”.18 Il “prosumo” (contrazione di produzione e di consumo) può attualmente estendersi a delle intere popolazioni, essere coordinato su scala planetaria per l’interconnessione di laboratori comunitari di autoproduzione high-tech, auto-organizzato in reti di cooperazione, di assistenza reciproca, di diffusione permanente di innovazioni e di idee. La totalità dei prodotti necessari ad una “vita attraente” può, secondo Frithjof Bergmann (che distingue trentotto di questi prodotti) essere fabbricata localmente in dei laboratori di quartiere o delle botteghe mobili con una spesa di lavoro largamente inferiore, una produttività molto superiore a quelle della loro produzione industriale. E ciò senza parlare delle economie che esercitano la disintermediazione, la rilocalizzazione, la semplificazione estrema della gestione.19 La principale forza produttiva messa in opera nell’autoproduzione high-tech è universalmente disponibile, gratuitamente accessibile e indistruttibile: è l’inventiva umana messa continuamente a disposizione di tutti sotto forma di software liberi.

La sotto-utilizzazione nelle società capitaliste del potenziale produttivo dei calcolatori elettronici è stata frequentemente segnalata da alcuni informatici. La gamma delle produzioni che potrebbero realizzare le attrezzature periferiche degli elaboratori non ha smesso di allungarsi. Un nuovo passo da gigante è percorso con la messa a punto dei “fabbers” o “fabbricatori digitali” che, trasportabili dentro una automobile familiare o una camionetta, possono produrre qualsiasi oggetto a tre dimensioni in un minimo di tempo e a costo bassissimo.

In un articolo pubblicato in Open Source Jahrbuch 2005, Stefen Merten e Stefan Meretz, cofondatori di Oekonux, descrivono il fabber come una macchina che non predetermina e non limita i fini in vista dei quali è utilizzata; una macchina che, a differenza dei robots, non si limita ad automatizzare e a copiare un processo di lavoro determinato. Qualsiasi processo può essere programmato su uno stesso apparecchio. Ciò prefigura una società nella quale “l’energia e la creatività umane non sono più richieste che per produrre i beni informazionali” che metteranno in movimento i processi di fabbricazione. I fabbers “aboliscono tutte le limitazioni dello sviluppo delle facoltà umane”.20

F. Bergmann presenta la diffusione dei fabbers e dell’ “hightech self providing” come una dichiarazione di guerra alle multinazionali, come “la nascita di una economia completamente nuova nella quale avanziamo passo passo , irresistibilmente, verso la fabbricazione di nostri propri prodotti: i nostri propri frigoriferi, televisori, telefoni mobili e laptops. Anziché incitare le grandi imprese a impiantarsi nelle nostre città o regioni, diremo loro: “noi non abbiamo bisogno di voi ! Tutti sanno che voi distruggete più impiego di quanto ne create. Noi fabbricheremo i vostri prodotti nei nostri laboratori di quartiere. Voi non potrete più ricattarci minacciando di delocalizzarvi in Brasile.21

In realtà, lo sviluppo di settori autonomi d’autoproduzione non mercantile non può, come lo suggerisce F. Bergmann, aver la forma di una passeggiata tranquilla, avanzante “di passo in passo”. Esso dovrà essere supportato da un movimento sociale transnazionale, capace di coordinare le sue priorità strategiche e di darsi come scopo l’abolizione del lavoro-merce e l’emancipazione della produzione di ricchezza dai rapporti di valore. Semplificando il problema, F. Bergmann sembra soprattutto preoccupato di rifiutare le obiezioni conservatrici, in base alle quali l’autoproduzione, riducendo l’ammontare dei redditi monetari di cui la popolazione avrà bisogno, permetterà alle imprese di abbassare i salari e di precarizzare l’impiego a tempo indeterminato. F. Bergmann ha ragione di sostenere la tesi inversa: meno bisogno avremo di guadagnare dei soldi, meno propensi saremo ad accettare degli impieghi mal pagati e degradanti. Nella misura in cui lo sviluppo di settori sottratti alla rendita di capitale dimostra e annuncia attraverso la sua dinamica che un’altra vita è possibile oltre il capitalismo, la lotta contro quest’ultimo potrà inasprirsi, radicalizzarsi, abbandonare ogni ritegno senza temere di mettere l’economia in pericolo. Il “Noi non abbiamo bisogno di voi !” che F. Bergmann getta alla figura del padronato mondializzato risuona come un grido di liberazione: di liberazione della combattività, dell’immaginario e del desiderio.

Note

1.              André Gorz, Les chemins du paradis, Galilée, 1983; tr.it., La strada del Paradiso, Ed. Lavoro, Roma, 1994.

2.              Ibid., p. 70 sq.

3.              Vedere precisazioni in M.-L. Duboin, Pour qui pousse le blé, pubblicato con il titolo Mais où va l’argent, prefazione di René Passet, Ed. Sextant, Paris, 2007.

4.              A. Gorz, Les chemins du paradis, op. cit., p. 83.

5.              H. P. Martin, H. Schumann, Die Globalisierungfalle, Rowohlt, 1996.

6.              R. Kurz, Das Weltkapital, Tiamat, pp. 232-240.

7.              Sulla crisi delle categorie dell’economia politica, si veda Antonella Corsani, in C. Azais, A. Corsani, P. Dieuaide (dir.), Vers un capitalisme cognitif, L’Harmattan, 2001, p. 182 sq. e Carlo Vercellone (dir.) Sommes-nous sortis du capitalisme industriel ?, La Dispute, 2003, p. 75.

8.              S. Meretz, corrispondenza.

9.              M. Opielka, G. Stalb, «Das garantierte Grundeinkommen ist unabdingbar, aber es genügt nicht» in Das garantierte Grundeinkommen, Fischer, 1986.

10.           R. Kurz, Das Weltkapital, op. cit., p. 471-472

11.           K. Marx, Grundrisse, p. 594 dal fac-simile dell’edizione originale, Dietz, Berlin, 1953. In lingua italiana si possono consultare i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1978.

12.           A. Gorz, Misères du présent, richesse du possible, Galilée, 1997, p. 144; tr. it. Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma, 1998.

13,           K. Marx, Grundrisse, op. cit., p. 387.

14.           Ibid. p.387

15.           Ibid. p. 596

16.           Si veda A. Negri, Marx au-delà de Marx, Christian Bourgeois, 1979, in particolar modo le lezioni 7 et 8. (A. Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma, 1998, ma già nelle edizioni Feltrinelli, 1979). L’appropriazione del pluslavoro e la necessità di liberare la ricchezza dalla sua forma valore sono al centro dell’opera magistrale di Moishe Postone, Time, Labor and social domination, a reinterpretation of Marx’s Critical Theory, Cambridge University Press, 1996. Vedere soprattutto p. 28 e 363 e il commento di un passaggio dei Grundrisse, p.596 al quale io mi riferisco.

17.           P. Levy, World Philosophy, Odile Jacob, 2000.

18.           A. Toffler, La troisième vague, Denoël, 1980; tr. it., La terza ondata, Sperling & Kupfer, Milano, 1987. A. Toffler prevede che l’autoproduzione, facilitata dalla diffusione del computer domestico, tenderà a far declinare la produzione per il mercato così come il mercato stesso e a «far saltare il nostro sistema economico insieme alla nostra scala di valori»ª. Cooperative e gruppi di cooperative “daranno un impulso senza precedenti agli scambi non monetari”.

19.           F. Bergmann, New Work, New Culture, per il momento disponibile unicamente in tedesco, Neue Arbeit, Neue Kultur, Arbor Verlag, 2004.

20.           S.Merten et S.Meretz, Freie Software und Freie Gesellschaft,http://www.opentheory.org./ox_osjah.

21.           F. Bergmann, op. cit. p. 272. Sull’estensione del potenziale produttivo del computer, il suo impatto potenziale sull’economia e la creazione di unità locali di produzione organizzate in reti, si vedano le pagine 242-271. Sulle priorità strategiche nello sviluppo di reti d’autoproduzione non mercantile in seno alla società della merce, si veda in particolare N. Trenkle, «Die globale Gesamtfabrik», Krisis 15 e di R. Kurz, «Antiökonomie und Antipolitik» in “Krisis” 19.

Traduzione dal francese di Saverio Caponi.

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